La morte di Abderrahim Fakir a Bologna ha riportato al centro del dibattito pubblico il confronto con una delle vicende più controverse degli ultimi decenni: il caso di Federico Aldrovandi. A evocare il parallelismo è stato l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia Fakir, che dopo i primi risultati dell’autopsia ha parlato di un “nuovo caso Aldrovandi”. Le due storie presentano alcuni elementi di contatto, soprattutto per le modalità dell’intervento delle forze dell’ordine e per i dubbi sollevati sull’utilizzo delle tecniche di contenimento, ma anche differenze sostanziali che riguardano il contesto, lo stato delle indagini e gli esiti giudiziari.
La morte di Abderrahim Fakir
Abderrahim Fakir è morto nel quartiere Pilastro di Bologna dopo un intervento della polizia. La vicenda è ancora al centro degli accertamenti della magistratura e i primi risultati emersi dalle operazioni autoptiche hanno portato l’avvocato della famiglia della vittima a sollevare interrogativi sulla dinamica dei fatti.
Secondo quanto riferito da Fabio Anselmo, l’autopsia avrebbe evidenziato una “asfissia posturale traumatica violenta”, con segni di infiltrazione emorragica sul dorso e polmoni pieni di sangue. Elementi che, secondo il legale, renderebbero necessario chiarire se le modalità con cui l’uomo è stato immobilizzato siano state corrette e proporzionate.
“Polmoni pieni di sangue: credo che sia sufficiente”, ha dichiarato Anselmo, collegando il caso Fakir ad altre vicende nelle quali sono stati contestati presunti abusi nell’utilizzo della forza da parte delle forze dell’ordine, citando tra gli altri i casi di Federico Aldrovandi, Giuseppe Uva, Riccardo Magherini e Stefano Cucchi.
Il caso Aldrovandi
Il paragone più ricorrente è quello con Federico Aldrovandi, lo studente ferrarese di 18 anni morto all’alba del 25 settembre 2005 dopo un intervento di quattro agenti di polizia. Quel giorno il giovane, che frequentava l’istituto tecnico industriale, giocava a calcio, suonava il clarinetto e praticava karate, era rientrato a Ferrara dopo una serata trascorsa con alcuni amici. Dopo essersi fatto lasciare vicino casa, aveva deciso di fare una passeggiata prima di tornare.
Poco prima dell’alba alcuni residenti chiamarono le forze dell’ordine per segnalare una persona agitata. Sul posto arrivarono due pattuglie della polizia. Secondo la ricostruzione emersa durante il processo, gli agenti intervennero per immobilizzare il ragazzo, che fu trovato dai soccorritori del 118 riverso a terra con le mani ammanettate dietro la schiena. Quando arrivarono i sanitari, probabilmente Federico era già morto. La prima versione fornita pubblicamente parlò di un malore collegato all’assunzione di sostanze, ma gli accertamenti successivi cambiarono completamente il quadro della vicenda.
Cosa accomuna i due casi?
Il punto di contatto principale tra le due vicende riguarda le modalità di immobilizzazione e il rischio che determinate posizioni possano provocare difficoltà respiratorie. Nel caso Aldrovandi, le perizie stabilirono che la morte era stata causata da un arresto cardiaco dovuto alla compressione toracica e alle lesioni riportate. Durante il procedimento furono rilevate 54 lesioni ed ecchimosi sul corpo del ragazzo e vennero trovati anche due manganelli spezzati.
Nel caso Fakir, invece, gli elementi disponibili derivano dalle prime risultanze dell’autopsia e dovranno essere approfonditi attraverso gli accertamenti della magistratura. L’ipotesi indicata dal legale della famiglia è quella di un’asfissia legata alla posizione mantenuta durante il fermo, ma la ricostruzione definitiva dovrà emergere dalle indagini.
A sottolineare alcune similitudini è stato anche Gaetano Sateriale, ex sindaco di Ferrara all’epoca della morte di Aldrovandi, secondo cui entrambe le vicende presentano il tema delle difficoltà respiratorie di una persona immobilizzata a terra. Allo stesso tempo, ha ricordato una differenza importante: quando arrivarono i soccorritori, Federico Aldrovandi era già morto, mentre per Fakir sarà necessario attendere gli esiti completi degli accertamenti.
Le differenze tra il caso di Fakir e quello di Aldrovandi
La principale differenza tra i due casi riguarda il momento giudiziario in cui si trovano. La vicenda Aldrovandi ha attraversato un lungo percorso processuale concluso con la condanna dei quattro agenti coinvolti. Nel 2009 i poliziotti furono condannati a tre anni e sei mesi per omicidio colposo, con il riconoscimento dell’eccesso colposo nell’uso della forza. La sentenza fu poi confermata in appello e in Cassazione. Successivamente arrivarono anche le scuse del capo della polizia Antonio Manganelli, mentre l’indulto ridusse la pena effettivamente scontata. Nel 2014 gli agenti tornarono in servizio con incarichi amministrativi.
Per Fakir, invece, non esiste ancora una verità giudiziaria definitiva. Le indagini dovranno stabilire cosa sia accaduto durante l’intervento della polizia al Pilastro, quali siano state le condotte degli operatori e se eventuali responsabilità penali siano configurabili.
Lo scontro politico dopo le parole di Piantedosi
Il caso Fakir è diventato anche terreno di confronto politico. Dopo le dichiarazioni dell’avvocato Anselmo, il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha difeso l’operato degli agenti, sostenendo che si siano mossi con “sensibilità e delicatezza” e che sia necessario attendere le conclusioni della magistratura. Secondo il ministro, l’intervento avrebbe rispettato criteri di attenzione ed equilibrio.
Parole che hanno provocato la reazione del legale della famiglia Fakir, secondo il quale le dichiarazioni di esponenti del governo rischierebbero di condizionare il procedimento. Anselmo ha parlato di “interferenze” nell’attività giudiziaria, criticando in particolare il fatto che alcuni rappresentanti istituzionali abbiano espresso valutazioni sull’operato degli agenti prima della conclusione delle indagini.
La lezione del caso Aldrovandi e il dibattito sulla fiducia nelle istituzioni
A vent’anni dalla morte di Federico Aldrovandi, quella vicenda continua a rappresentare un simbolo nel dibattito sugli abusi di potere e sul rapporto tra cittadini e forze dell’ordine. La madre Patrizia Moretti ha più volte sottolineato come, nonostante la battaglia giudiziaria abbia portato a una verità processuale, a suo giudizio non siano stati fatti passi sufficienti per evitare il ripetersi di tragedie simili. “Le cose stanno peggiorando”, ha dichiarato, criticando un sistema che a suo parere non avrebbe introdotto strumenti adeguati di prevenzione. Anche Ilaria Cucchi ha ricordato Aldrovandi come un simbolo delle battaglie per i diritti e per la tutela delle persone coinvolte in interventi delle forze dell’ordine.
La vicenda Fakir si inserisce ora in questo percorso, ma con una differenza fondamentale: mentre nel caso Aldrovandi il lungo iter giudiziario ha già stabilito responsabilità precise, per quanto accaduto a Bologna la parola definitiva spetterà ancora alla magistratura. Solo gli accertamenti completi potranno stabilire se il parallelismo evocato dall’avvocato Anselmo sia fondato oppure se le due storie, pur con alcune analogie, seguano percorsi differenti.
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