“Il sovraffollamento non è una calamità naturale, è frutto di scelte politiche ben precise”. A dirlo è Susanna Marietti, coordinatrice nazionale di Antigone e responsabile dell’Osservatorio sulla giustizia minorile, che commenta le parole del ministro della Giustizia Carlo Nordio. Il Guardasigilli ha proposto di ampliare gli istituti penitenziari minorili e ipotizzato di destinare ai giovani detenuti alcuni settori delle carceri per adulti.
Le parole del ministro arrivano mentre nelle carceri italiane si contano oltre 66mila detenuti, con un tasso di affollamento superiore al 140%. Una situazione che, secondo Marietti, non può essere affrontata soltanto aumentando la capienza degli istituti. Nella nostra intervista, la coordinatrice di Antigone affronta le conseguenze del decreto Caivano, le condizioni di detenzione, le politiche penali del governo e il tema dei suicidi in carcere.
Il ministro Nordio ha parlato di un sistema penitenziario minorile “in sofferenza”, proponendo di ampliare gli istituti e utilizzare alcuni settori delle carceri per adulti. Come valutate queste proposte?
“Chissà chi lo ha portato alla sofferenza, posto che è stato un sistema che per decenni ha retto grandiosamente, tenendo sempre la detenzione attorno al 3% del carico penale complessivo.
Per tanti anni abbiamo avuto circa 13mila ragazzi e ragazze in carico al sistema della giustizia penale minorile e, quando questo governo è entrato in carica, avevamo meno di 400 ragazzi in carcere.
Con le norme repressive, in particolare il decreto Caivano del settembre 2023, ma non solo, che hanno stravolto il sistema della giustizia minorile così come era stato codificato dal codice di procedura penale minorile del 1988, siamo arrivati ad avere una volta e mezzo il peso detentivo che avevamo prima negli istituti penali per minorenni. Un dato falsato per difetto, perché tantissimi ragazzi sono stati mandati nelle carceri per adulti”.
Il sovraffollamento non è una calamità naturale, è frutto di scelte politiche ben precise, in questo caso propagandistiche.
Questo governo ha tentato e sta tentando in tutti i modi di cancellare la specificità della giustizia minorile italiana, che è stata considerata un fiore all’occhiello in Europa, avvicinandola alla risposta penale prevista per gli adulti. Anche con il disegno di legge sull’imputabilità dei minori si va in questa direzione. Persino il codice penale scritto dal guardasigilli di Mussolini, Alfredo Rocco, prevedeva che nel caso di un minorenne la capacità di intendere e di volere andasse valutata caso per caso. Adesso si vuole invertire quest’onere della prova.
C’è una tendenza ad assimilare la risposta punitiva verso i ragazzi a quella degli adulti. Quanto detto oggi da Nordio, ovvero spostare i giovani in sezioni delle carceri per adulti, non fa che andare in questa direzione. Rinunceremo a un’intera generazione. Siamo veramente una società che ha fallito”.

Nordio ha parlato di arresti massicci di minorenni dopo gli scontri di Milano. I dati indicano un aumento della criminalità minorile oppure un maggiore ricorso alla detenzione?
“Se andiamo a leggere per bene i numeri sulla criminalità minorile, vediamo che non c’è un’emergenza. Nel 2023, l’anno del decreto Caivano, erano addirittura diminuite del 4,16% le denunce a carico di minorenni rispetto all’anno precedente. Quindi è una risposta di pura propaganda”.
E oggi qual è la situazione nelle carceri minorili? Il sovraffollamento è ancora ai livelli raggiunti dopo il decreto Caivano?
“Le carceri minorili in questo momento sono meno affollate del picco che abbiamo avuto alcuni mesi fa, dopo il decreto Caivano, ma solamente perché questo governo ha aperto tre istituti nuovi.
Adesso ha annunciato che servono ancora più posti. Ma quanti ragazzini vogliamo incarcerare? Ma l’abbiamo capito che i problemi si risolvono ampliando il welfare, con l’ascolto, con le politiche sociali, con il sostegno e non sbattendo tutti dentro una gabbia?”.
Allargando lo sguardo alle carceri italiane, quanto è grave oggi il sovraffollamento?
“Nelle carceri italiane è gravissimo. Siamo intorno al 145%, abbiamo superato i 66mila detenuti. Abbiamo otto o nove istituti che stanno sopra al 200% e decine che superano il 150%. Quindi la situazione è molto grave”.
Quali sono le conseguenze del sovraffollamento sulle condizioni di vita dei detenuti?
“Anche qui bisogna distinguere tra sistema degli adulti e sistema dei minori. Sono due sistemi totalmente distinti, governati da amministrazioni differenti, da due dipartimenti diversi del Ministero della Giustizia, e seguono circuiti diversi. Nelle carceri per adulti la conseguenza è una totale inattività del detenuto durante la giornata, che oggi passa la stragrande parte del tempo in celle sovraffollate.
Il personale è assolutamente insufficiente, in particolare quello dell’area trattamentale, che dovrebbe farsi carico dei percorsi individuali delle persone, che quindi non sono inserite in alcuna attività sensata che guardi al futuro e al reinserimento in società dopo la pena. Le condizioni di detenzione sono certificate come inumane e degradanti da migliaia di ricorsi accolti dalla magistratura di sorveglianza, per violazione dell’articolo 3 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, secondo il meccanismo introdotto dopo la sentenza Torreggiani del 2013 della Corte di Strasburgo.
Per quanto riguarda il sistema minorile, con questa espansione della risposta penale è cambiata proprio la cultura punitiva. Un tempo trovavamo carceri dove gli operatori conoscevano individualmente tutti i ragazzi, ne seguivano i percorsi e cercavano di coinvolgerli in progetti individualizzati, anche per trovare il prima possibile una misura di comunità.
Oggi invece troviamo intere sezioni di ragazzi che vivono in celle dalle condizioni igieniche spesso veramente imbarazzanti e spesso imbottiti di psicofarmaci, perché la risposta farmacologica è il contenimento maggiore che abbiamo oggi nei nostri istituti.
Questo avviene soprattutto nei confronti dei ragazzi più difficili da gestire, spesso minori stranieri non accompagnati, per i quali mancano serie mediazioni culturali”.
E quali sono le conseguenze sul lavoro del personale penitenziario?
“Quando un educatore deve farsi carico di 150 detenuti, parlo delle carceri per adulti, è chiaro che difficilmente riuscirà anche solo a fare un colloquio con tutti loro. Ci saranno persone che si fanno la galera senza aver mai conosciuto il proprio educatore”.
Come si è arrivati a questa situazione? Quanto hanno inciso le politiche penali degli ultimi anni?
“Il penitenziario è ovviamente una conseguenza del penale. Le politiche che facciamo sul penale poi si riflettono sul penitenziario. In questi tre anni dell’attuale governo abbiamo avuto l’introduzione di quasi 60 nuove fattispecie di reato, molte nuove aggravanti e soprattutto moltissimi aumenti di pena per reati già esistenti.
Quindi le persone entrano e poi faticano a uscire, faticano ad accedere alle misure alternative al carcere, che la storia ci ha dimostrato avere un tasso di recidiva molto più basso e che quindi vanno nella direzione di quella tanto invocata sicurezza urbana.
Le carceri continuano a crescere nel numero delle persone detenute. Non è possibile costruire nuove carceri, perché da Berlusconi in poi ci hanno provato tutti, ma non ci si riesce. Le cifre sono talmente alte che varrebbe la pena puntare di più sul welfare”.
Il governo punta anche sull’aumento dei posti disponibili. Costruire nuove carceri o ampliare quelle esistenti può rappresentare una soluzione?
“Assolutamente no. Il tasso di detenzione che ha l’Italia rispetto alla popolazione non è basso. Non possiamo pensare di risolvere ogni problema con il carcere. Il carcere deve essere una misura estrema, come ci dicono tutti gli organismi internazionali, l’extrema ratio del sistema penale. Ma anche il sistema penale in generale, con pene e sanzioni alternative, deve essere una misura estrema, a salvaguardia dei beni costituzionalmente protetti.
Non è possibile trattare ogni problema sociale, ogni disagio sociale con il carcere. Se andiamo a vedere chi oggi entra in carcere, scopriamo che sono persone che hanno problemi di povertà economica, educativa e sanitaria, persone con tossicodipendenze, persone che vivevano per strada.
Queste persone non le possiamo gestire con la galera e la segregazione. Così ce le togliamo da davanti agli occhi e non ci danno più fastidio nelle nostre città. Ci vuole un altro tipo di politica. Berlusconi fece un faraonico piano carceri nel 2010, che non ha aggiunto un posto detentivo. Ora l’hanno rifatto, abbiamo un commissario straordinario. Non è stato aggiunto un posto detentivo, anzi sono diminuiti.
Quindi è inutile continuare a raccontare questa balla, che comunque continueranno a raccontare perché è la cosa più semplice da dire”.
Quali sono, secondo Antigone, gli interventi più urgenti per affrontare il sovraffollamento?
“Una seria depenalizzazione. Abbiamo un codice penale che risale al 1930 e che da allora si è riempito di migliaia di nuove fattispecie.
Ogni volta che accade un fatto di cronaca si introduce un nuovo reato, con interventi scomposti nei quali non c’è più una coerenza.
Quindi una seria depenalizzazione, pensiamo per esempio a tutto il tema delle tossicodipendenze. Dopodiché un serio potenziamento delle misure alternative al carcere e poi serie politiche sociali.
Per politiche sociali non si devono intendere quelle che troppo spesso vengono considerate tali in Italia, dove si mette il tappo quando il buco è già stato fatto, ma serie politiche preventive.
Politiche di tutti i tipi, dalle politiche del lavoro a quelle economiche e sanitarie. Poi una seria sicurezza delle città, data dai centri di aggregazione, dalle piazze, dalle luci. Queste sono politiche serie di una società democratica. Non possiamo risolvere ogni problema mettendo le persone in un cubo dal quale non possono uscire”.
Un ultimo tema particolarmente delicato è quello dei suicidi in carcere. Quali sono le principali criticità che contribuiscono a questo fenomeno?
“Negli ultimi anni c’è stato sicuramente un aumento di questo fenomeno. Io credo sia dovuto al fatto che non è che ci si uccide perché si sta in una cella con la muffa alle pareti. Nessuno si uccide per quello.
La gente entra in carcere già disperata perché, come dicevo prima, andiamo a recludere la parte più marginale della nostra società, quella che ha più problemi e che avrebbe bisogno di essere sostenuta”.
Una volta che entrano in carcere, con i numeri che abbiamo e con un educatore che probabilmente neanche ti guarda in faccia perché ha troppe persone da seguire, questa disperazione non viene intercettata. E quindi tante persone si suicidano”.
Come si potrebbe prevenire questo fenomeno?
“Con tutto quello che ho detto fino adesso: meno carcere”.
