Il ministro della Giustizia Carlo Nordio definisce “epocale” il provvedimento sulla detenzione domiciliare per i detenuti tossicodipendenti e alcoldipendenti, approvato il 29 luglio 2026 in via definitiva. Secondo il Guardasigilli, la misura potrebbe consentire a “almeno 10mila persone” di scontare la pena fuori dagli istituti penitenziari, seguendo un percorso terapeutico e socio-riabilitativo.
“Abbiamo sempre considerato queste persone principalmente malati da curare piuttosto che criminali da punire”, ha dichiarato Nordio durante il question time alla Camera. L’obiettivo annunciato dal governo è duplice: favorire il recupero delle persone con una dipendenza e, contemporaneamente, ridurre la pressione sulle carceri italiane.
Carceri, cosa prevede la detenzione domiciliare per i tossicodipendenti
Il provvedimento introduce una nuova forma di detenzione domiciliare destinata alle persone tossicodipendenti o alcoldipendenti condannate, in linea generale, a una pena detentiva anche residua non superiore a otto anni. La pena potrà essere eseguita all’interno di strutture terapeutiche pubbliche o private accreditate, sulla base di un programma socio-riabilitativo residenziale. Sono previste condizioni più restrittive per alcuni reati considerati particolarmente gravi.
La dichiarazione di Nordio sui 10mila potenziali beneficiari rappresenta quindi una stima politica e non significa che altrettanti detenuti lasceranno immediatamente il carcere. L’ammissione alla misura dovrà essere valutata caso per caso dalla magistratura di sorveglianza, tenendo conto della condanna, della dipendenza certificata, del programma terapeutico e della disponibilità di una struttura idonea.
Il numero effettivo dipenderà anche dalla capacità delle comunità di accogliere i detenuti e dalla presenza sul territorio di servizi sanitari e sociali sufficienti. Secondo i dati richiamati in Parlamento, alla fine del 2024 nelle carceri italiane erano presenti quasi 20mila detenuti tossicodipendenti, ma soltanto il 6% era stato inserito in una struttura terapeutica come misura alternativa.
Nordio: “Il piano sulle carceri procede”
Durante il question time, Nordio ha collegato il provvedimento al piano del governo contro il sovraffollamento. Il ministro ha ricordato l’inaugurazione di un nuovo padiglione destinato al regime del 41-bis nel carcere di Uta, nel Cagliaritano, e ha sostenuto che il commissario straordinario per l’edilizia penitenziaria stia portando avanti la realizzazione di edifici per altri 10mila detenuti.
Secondo il Guardasigilli, l’aumento dei posti disponibili e il ricorso alle misure alternative contribuiranno a una “deflazione della popolazione carceraria”. Il punto, però, si inserisce in un quadro che resta critico: al 30 giugno 2026 erano detenute in Italia 64.773 persone, a fronte di una capienza regolamentare di 51.180 posti. Il tasso nazionale di affollamento aveva così superato il 126%, mentre oltre tre istituti su quattro ospitavano più detenuti di quelli previsti.
Le critiche sulla gestione dell’emergenza
La lettura proposta da Nordio non è condivisa da tutte le forze politiche e dagli operatori della giustizia. Pd e Movimento 5 Stelle si sono recentemente schierati al fianco del procuratore capo di Palermo, Maurizio De Lucia, dopo il suo allarme sulla perdita di controllo dello Stato in alcune strutture penitenziarie. De Lucia ha parlato di istituti sovraffollati, assistenza insufficiente e detenuti tossicodipendenti che “non dovrebbero stare in cella”. Nordio aveva reagito definendo le sue affermazioni “di una gravità inaudita”.
Il capogruppo del M5S alla Camera Riccardo Ricciardi ha inoltre accusato il ministro di non ascoltare abbastanza le associazioni che lavorano ogni giorno nelle carceri. La critica è arrivata dopo l’incontro tra Nordio e Gianni Alemanno, che, dopo la propria esperienza a Rebibbia, ha definito “ormai insostenibile” il sovraffollamento e ha chiesto più attenzione alla riabilitazione dei detenuti.
La nuova detenzione domiciliare interviene dunque su una parte rilevante della popolazione carceraria, ma la sua efficacia dipenderà dall’applicazione concreta e dalle risorse destinate alle strutture terapeutiche. Il provvedimento potrà alleggerire gli istituti soltanto se alle nuove regole seguiranno posti disponibili, personale sanitario e percorsi di recupero realmente accessibili.
