Da una storia familiare a una riflessione collettiva sull’identità maschile, sulla capacità di esprimere i sentimenti e sulla possibilità di cambiare. Con Se ami qualcuno dillo, Marco Bonini porta sul grande schermo una vicenda che affonda le radici nella sua esperienza personale. Tratto dal suo omonimo romanzo, il film vede Edoardo Leo nei panni di Sergio, un uomo incapace di esprimere affetto e vulnerabilità che, dopo un evento che cambia la sua vita, si ritrova a dover imparare nuovamente a vivere e a relazionarsi con gli altri.
Accanto a lui, Claudia Gerini e Giovanna Mezzogiorno interpretano due figure femminili centrali nella storia, mentre il rapporto con il figlio diventa uno dei nuclei emotivi del racconto. La malattia si trasforma così in un’occasione di rinascita, ma anche in una metafora della possibilità di liberarsi da modelli culturali che hanno a lungo associato la mascolinità alla forza e alla repressione delle emozioni.
Nell’intervista, Bonini racconta la genesi del film, il legame con il padre e il significato di una storia che vuole parlare non soltanto del passato, ma anche delle generazioni future. “Credo che il patriarcato sia un sistema oppressivo anche per gli uomini”, spiega. La strada per superarlo, secondo il regista, passa attraverso relazioni paritarie, dialogo e armonia.
Una storia personale che diventa collettiva
Il film nasce da una vicenda familiare. Quando hai capito che la storia di tuo padre poteva diventare un film?
“L’ho capito da subito, perché l’esperienza che ha vissuto mio padre è stata talmente potente, non soltanto per me a livello personale, ma anche per quello che rappresenta, che ho capito subito che era una storia con una missione pubblica. È una storia di liberazione, una seconda opportunità che non deve necessariamente passare attraverso una malattia, un atto terroristico o un episodio di autosabotaggio inconscio come quello che è successo a mio padre.
Credo che questa liberazione maschile sia possibile e auspicabile anche attraverso un atto volontario. Ho deciso quindi di trasformare questa esperienza, prendendo il personaggio e l’evento clinico e trasformandoli in una metafora, costruendogli intorno una storia di finzione che raccontasse questa opportunità per gli uomini”.
Il film è tratto dal tuo omonimo romanzo. Che cosa hai scelto di mantenere e che cosa hai modificato nel passaggio al cinema?
“Nel libro racconto più generazioni: seguo il figlio quando diventa grande, quando si sposa e quando ha dei figli. C’è un arco temporale molto più ampio. Nel film, invece, ho selezionato soltanto la vicenda centrale, quella del padre, concentrandomi sul periodo in cui il figlio è giovane.
Anche i personaggi femminili, che nel romanzo avevano meno spazio, nel film sono stati sviluppati maggiormente. Amavo molto Giovanna e Claudia come personaggi, ma nel libro erano sacrificati, perché tutto era più focalizzato sul rapporto tra i due uomini, padre e figlio. Nel film ho voluto dare più spazio a queste due figure e ho inventato, per esempio, il triangolo amoroso che nel libro non c’è.
L’ispirazione autobiografica riguarda il personaggio maschile di Sergio e quello che gli succede. Tutto il resto, sia nel libro sia nel film, è stato inventato per far funzionare la storia”.
Mascolinità, patriarcato e vulnerabilità
Sergio è un uomo che ha difficoltà a esprimere affetto e vulnerabilità. Quanto pesano ancora oggi i modelli tradizionali di mascolinità?
“Mi pare che il patriarcato non sia proprio finito. Ci sono continue prove di resistenza e movimenti politici internazionali che cercano di riportare la situazione al passato, minacciando e spaventando gli uomini con l’idea di un ipotetico attacco femminile.
Io credo invece che non ci sia una guerra tra maschi e femmine. Credo che il patriarcato sia un sistema oppressivo anche per gli uomini e che questi non debbano abbandonarlo semplicemente per solidarietà femminile, ma per promuovere se stessi. Non c’è da cedere potere, ma da guadagnare diritti”.
Quanto è importante imparare a esprimere i sentimenti, anche quando si è cresciuti in un contesto che tende a reprimerli?
“Se pensiamo ai mancini, che un tempo venivano obbligati a imparare a scrivere con la destra, questa battaglia ci sta dicendo che possiamo scrivere anche con la sinistra, se siamo nati così. Dobbiamo dare voce a tutto il nostro corpo e a tutte le nostre emozioni. E chi ce lo impedisce va combattuto”.
Il rapporto tra padre e figlio e l’eredità emotiva
Nel film il rapporto tra padre e figlio si ribalta: un uomo che non è mai riuscito a fare davvero il padre si ritrova a dover imparare tutto da capo. Che cosa volevi raccontare attraverso questa trasformazione?
“Per me il punto fondamentale è raccontare come questo padre, incapace di fare il padre, trasformandosi di fatto in un figlio perché sta reimparando tutto, riesca in realtà a trasmettere al figlio un messaggio importante.
Lo dice anche nel trailer, quando sul letto d’ospedale gli dice: “Se ami qualcuno dillo”. Gli sta lasciando una nuova eredità. È come se gli dicesse: “Guarda che fine ho fatto io, tu non fare questa fine”.
È un’eredità positiva e rivoluzionaria. Penso alla Resistenza: chi ha combattuto contro il fascismo è morto in trincea anche per lasciare a noi la democrazia. È come se il padre dicesse al figlio: “Io ho combattuto contro un nemico molto forte, tu non permettere che torni”. Anche se è a letto e ha bisogno di assistenza medica, forse per la prima volta sta facendo davvero il padre, lasciandogli un’eredità positiva”.
Il rapporto tra padre e figlio è anche il cuore autobiografico del film. Qual è stata la parte più difficile da raccontare sul piano emotivo?
“Tutti gli elementi più autobiografici sono più difficili da scrivere, recitare e mettere in scena. Tutto ciò che è finzione è più facile, perché c’è maggiore distacco e lo si può trattare da professionista.
Le scene del rapporto tra padre e figlio, che è il nucleo del film e del romanzo, sono quelle da cui sono partito biograficamente. Vederle messe in scena mi ha spesso commosso, anche al monitor sul set, soprattutto perché sono state realizzate con tanta attenzione”.
Edoardo Leo e il lavoro sul set
Edoardo Leo interpreta Sergio, un personaggio ispirato a una figura realmente esistita nella tua vita. Quanto è stato importante affidare questo ruolo a un attore che conosceva già tuo padre?
“Edoardo è un amico da quando avevamo nove anni. È l’unico attore che conosco ad aver visto mio padre agire sia prima sia dopo la malattia, e che quindi conosceva bene come si muoveva e come si comportava. In realtà, era l’unico che poteva interpretare questo ruolo”.
Il messaggio del film: speranza e armonia
Oggi parliamo molto di benessere psicologico, ma facciamo ancora fatica ad affrontare i conflitti nelle relazioni. Qual è, secondo te, la strada per imparare a relazionarci in modo diverso?
Il mio ultimo libro si chiama “Maschi, si salvi chi può!” ed è, come avrai capito, un po’ un’ossessione tematica per me.
Il punto fondamentale è che il patriarcato è un principio relazionale che prevede la prevaricazione: nella gestione dei rapporti, qualcuno è più forte e schiaccia l’opinione dell’altro o dell’altra. Non c’è dialogo.
La soluzione passa attraverso un concetto di armonia. Da un certo punto di vista, l’armonia è un concetto femminista, perché prevede relazioni paritarie. Gestire una relazione su un piano di parità è più complesso, forse anche più lento e faticoso, rispetto a una relazione patriarcale, nella quale basta la forza per risolvere le cose. L’accordo e l’armonia, invece, devono essere ricercati volontariamente, sullo stesso piano.
Credo che l’armonia sia la soluzione verso cui stiamo tendendo. Voglio essere ottimista, perché l’armonia è anche un principio generativo della natura. La natura cerca da sola un equilibrio, che noi lo vogliamo o no. Quello che sta succedendo sul piano ambientale è anche una reazione della natura che sta trovando un nuovo equilibrio, forse senza prevedere la nostra presenza, dopo che siamo stati noi a causare il problema.
Il messaggio che voglio lanciare è che, nella parità di genere, ecologica, finanziaria, sociale e pedagogica, l’approccio armonico, egualitario e, in ultima istanza, democratico è l’unico che produce più vita di quarant’anni di consumi. Il messaggio che Sergio scopre dopo il coma, avendo perduto o dimenticato quello precedente, è proprio un messaggio armonico”.
Che cosa vorresti che il pubblico portasse con sé dopo aver visto Se ami qualcuno dillo?
“La speranza. Questo è un film che vuole lasciare speranza nel futuro, un sentimento molto raro in questo momento. Abbiamo tutti poca speranza nel futuro. Vorrei che il pubblico uscisse dalla sala rinfrancato, magari anche agguerrito, ma soprattutto energizzato dal film”.
Se potessi tornare indietro e parlare al Marco che ha iniziato a scrivere questa storia, che cosa gli diresti?
“È un gioco impossibile, che cerco di non fare mai. Tutto quello che dico adesso è il prodotto degli errori che ho fatto prima: se non li avessi fatti, non sarei arrivato qui, in questo momento. Quindi non saprei dirtelo. È una fantasia umana legittima, ma impossibile.
Si migliora soltanto trasformandosi, forse un po’ morendo. È un continuo lavoro di ricerca, ma non sono neanche d’accordo con l’idea che dobbiamo semplicemente cercare noi stessi, come se il nostro io fosse già sviluppato. Non è soltanto un lavoro di scoperta: è un lavoro di costruzione”.
Con Se ami qualcuno dillo, Marco Bonini trasforma così una vicenda privata in una riflessione sulla possibilità di spezzare un’eredità emotiva e culturale. La rinascita di Sergio non è soltanto quella di un uomo che impara nuovamente ad amare, ma anche quella di un rapporto tra generazioni che può finalmente cambiare direzione. Perché, come suggerisce il titolo del film, la trasformazione comincia da un gesto semplice, ma tutt’altro che scontato: trovare il coraggio di dire ciò che si prova.
