Dopo che gli Stati Uniti hanno annunciato pesanti sanzioni contro la Corte penale internazionale (Cpi), il tribunale che si occupa di perseguire crimini come il genocidio, i crimini contro l’umanità e i crimini di guerra, Rosario Aitala, presidente aggiunto della Corte, è intervenuto sulla questione. “Veniamo trattati con gli stessi metodi riservati ai terroristi”, ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera, denunciando le conseguenze delle misure imposte da Washington sul lavoro e sulla vita privata dei giudici.
Aitala denuncia le gravi ritorsioni contro i giudici
Le misure degli Stati Uniti possono infatti bloccare il funzionamento del tribunale dell’Aja e impedire ai giudici qualsiasi attività pubblica e privata: “Per molti di noi sta già accadendo”, ha spiegato Aitala.
Le conseguenze sono già concrete per i colleghi colpiti. “Le carte di credito vengono revocate, alcune banche hanno chiuso i conti, alcune assicurazioni si rifiutano di rimborsare le spese mediche e revocano i contratti”, ha raccontato. “La maggior parte delle applicazioni sul cellulare non funziona più. Prenotare un albergo o un volo tramite le piattaforme è vietato”
La critica di Aitala alla Commissione europea
La protezione dei giudici e delle imprese europee è al centro della contestazione rivolta da Aitala alla Commissione europea. “L’Unione ha gli strumenti per proteggere le persone e le imprese nel territorio europeo, siamo sorpresi che finora non li abbia attivati”, ha osservato.
Il presidente ha accusato la Commissione di essere rimasta inattiva e di non aver voluto adottare gli strumenti legislativi e politici disponibili per proteggere la Corte, gli europei e le loro imprese. “Il destino della Corte per l’Unione non è una questione giudiziaria: è una questione esistenziale, una prova di autonomia politica e moralità”.
La richiesta di tutela si accompagna alla rivendicazione del ruolo della giustizia internazionale. “In questo momento ci sono decine di conflitti armati giocati sulla pelle di civili innocenti. Chi darà loro giustizia se non la Corte? Siamo l’ultima speranza per milioni di vittime”, ha affermato Aitala. “Se saranno abbandonate potranno solo odiare e praticare la vendetta su altri innocenti perpetuando il ciclo del male”.
Il divieto di transazioni dopo sei mesi
La stretta sulle sanzioni alla Cpi, alla quale Washington lavorava da mesi, vieta qualsiasi transazione con la Corte dopo un periodo di grazia di sei mesi. Superata la scadenza, le aziende che manterranno rapporti con il tribunale potrebbero essere sanzionate dal governo americano. Il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato l’iniziativa venerdì, in un video di poco più di un minuto pubblicato su X. Ha definito la Corte un tribunale “canaglia” e indicato l’obiettivo: “Vieteremo le transazioni” per “tagliarle le risorse e paralizzare la sua capacità operativa”.
Le misure, ha aggiunto Rubio, “dovrebbero incoraggiare i nostri alleati all’interno della Corte a lavorare a soluzioni per porre fine una volta per tutte a questa minaccia alla sovranità degli Stati Uniti. Se non lo faranno, continueremo la nostra campagna per smantellare la Cpi pezzo per pezzo”.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva già chiesto alle agenzie governative, nel febbraio 2025, di elaborare sanzioni contro la Corte. A suo avviso, il tribunale aveva tentato di violare la sovranità americana e minare “l’attività del governo americano e dei suoi alleati, fra cui Israele, in materia di sicurezza nazionale e politica estera”
Rubio aveva poi dichiarato, lo scorso luglio, l’intenzione di “neutralizzare sistematicamente”. la Corte. Erano seguite le sanzioni finanziarie e il divieto di rilascio dei visti a giudici e procuratori. Le sanzioni statunitensi hanno colpito anche la presidente della Corte.
La risposta della Corte e l’opposizione internazionale
La Corte ha condannato le misure come un “attacco allo stato di diritto”, aggiungendo: “La storia giudicherà questo momento”. La presidente Tomoko Akane ha assicurato che il tribunale continuerà ad adempiere “pienamente al proprio mandato, con indipendenza e imparzialità, agendo esclusivamente sulla base della legge e delle prove, nell’interesse delle innumerevoli vittime di crimini gravi”.
L’Unione europea ha esortato gli Stati Uniti a ritirare le sanzioni. La Commissione le ha definite “deplorevoli” e si è impegnata a garantire che la Corte continui a operare ufficialmente. Anche Pillay ha giudicato le misure “inaccettabili”
L’opposizione dell’Italia è stata formalizzata in una dichiarazione congiunta di otto Paesi. I ministri degli Esteri di Canada, Danimarca, Germania, Francia, Italia, Giappone, Paesi Bassi e Regno Unito hanno ribadito il “continuo e incrollabile sostegno all’indipendenza, imparzialità e integrità della Cpi”, esprimendo rammarico e ferma opposizione alle sanzioni annunciate dagli Stati Uniti.
Il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres le ha definite “un colpo al nostro impegno collettivo a favore della giustizia penale internazionale, di cui la Cpi costituisce un pilastro fondamentale”.
Le opzioni europee tra diplomazia e statuto di blocco
L’Unione europea valuta gli strumenti per garantire l’operatività della Corte e proteggere le aziende europee senza abbandonare la diplomazia. Ha accolto con “favore la disponibilità americana a discutere le proprie preoccupazioni con gli Stati parte dello Statuto di Roma”, considerando il rinvio di sei mesi una possibilità di negoziato.
Il tempo disponibile “crea uno spazio per la diplomazia, con l’obiettivo di ottenere una rapida revoca delle sanzioni e prevenire ulteriori misure volte a compromettere l’indipendenza e l’integrità della Corte”, ha dichiarato l’alta rappresentante Kaja Kallas in una nota a nome dell’Unione europea.
Una possibile risposta è lo statuto di blocco, rilanciato dal ministro degli Esteri belga Maxime Prévo. Lo strumento vieta alle imprese e agli operatori europei di conformarsi alle sanzioni straniere e impedisce il riconoscimento nell’Unione delle decisioni giudiziarie basate sulle leggi sanzionatorie bloccate.
Il ricorso allo statuto non metterebbe però interamente al riparo le aziende europee esposte al mercato americano e non garantirebbe automaticamente alla Corte l’accesso ai servizi delle società statunitensi.
