Il governo ha posto il 5 ottobre 2026 la questione di fiducia alla Camera sulla riforma elettorale. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Luca Ciriani, di Fratelli d’Italia, l’ha comunicato in Aula, chiedendo alla maggioranza di garantire le presenze. La mobilitazione riguarda anche i sottosegretari e i ministri: “Non esiste che qualcuno non si presenti per andare a tagliare un nastro”, ha avvertito.
Le assenze saranno giustificate soltanto da impegni improrogabili. Francesco Lollobrigida, a Bratislava dal giorno precedente per un bilaterale, non parteciperà al primo voto di fiducia. Nel centrodestra restano la contrarietà delle deputate e il rischio di mancata rielezione per i leghisti del Nord. Simonetta Matone, deputata della Lega, ha descritto così la situazione: «La verità? Qui hanno tutti strizza».
Le deputate critiche e le indicazioni dei partiti
Debora Bergamini, vicesegretaria di Forza Italia vicina a Marina Berlusconi, non ha nascosto le riserve sulla legge elettorale: “Ovvio, le donne non sono contente”. Ma ha escluso sorprese nel voto, richiamando l’intesa raggiunta: «Ormai c’è un accordo politico: non ci saranno sorprese».
Il precedente di luglio era stato accompagnato da segnali di dissenso, tra cui l’appello trasversale delle donne contro le preferenze. Adesso le posizioni critiche si allineano alle indicazioni dei partiti. La forzista Gloria Saccani Jotti, parlando con alcune colleghe un paio di settimane prima, aveva espresso entrambe le cose: “Questa legge non mi piace, la capisco poco, ma il partito ha dato disposizioni chiare”.
La Lega ha inviato il giorno precedente a tutti gli eletti un promemoria con gli orari dei tre giorni di lavori. Tra i punti esclamativi e le parole in maiuscolo compare il richiamo: “TUTTI PRESENTI“.
Angelo Bonelli, co-leader di Avs, ha rilevato una differenza rispetto al passaggio precedente: “L’altra volta dalla Lega e FI mi arrivavano segnali di insofferenza, il botto era nell’aria. Ora no”.
Il voto di giovedì e il possibile superamento del Rosatellum
Angelo Rossi, deputato di Fratelli d’Italia e relatore della legge, ha collegato l’esito del voto segreto di giovedì alla tenuta del governo. “Sarebbero pazzi e pazze se in segreto giovedì votassero contro la legge perché Giorgia dopo due minuti sarebbe già al Quirinale per dimettersi”, ha sostenuto.
Per Rossi, l’occasione per manifestare il dissenso era già passata: “Se qualcuno avesse voluto lanciare dei segnali lo avrebbe fatto giovedì scorso con le pregiudiziali, che non avevano il parere del governo né quello del relatore: fidatevi, filerà tutto liscio”.
Salvo sorprese, il percorso parlamentare dovrebbe quindi portare al superamento del Rosatellum. Da giovedì, se il voto andrà a buon fine, il sistema sarà sostituito dalla legge chiamata Stabilicum o Melonellum.
In Transatlantico, Ettore Rosato, padre della legge in vigore, già nel Pd, poi in Italia Viva e ora in Azione, ha risposto con una battuta alla domanda se fosse dispiaciuto: “Mattarella lasciò la sua impronta come me e poi diventò presidente della Repubblica: un precedente che mi lascia ben sperare, no?”.
