L’Italia si colloca dietro la Germania, quinta, e la Francia, decima, nella preparazione alla rivoluzione dell’Intelligenza artificiale: è ventunesima nella graduatoria del Fondo monetario internazionale. In testa ci sono Danimarca, Paesi Bassi ed Estonia. La valutazione è contenuta nello studio «L’impatto dell’IA e la preparazione dell’economia alle sfide del futuro».
Il documento è stato il punto di partenza del confronto tra i ministri delle Finanze degli Stati membri all’Ecofin informale di Dublino, ospitato dalla presidenza di turno irlandese dell’Unione europea. Le riunioni informali non prendono decisioni: il confronto ha approfondito come rendere le economie europee più preparate alla trasformazione.
La produttività può crescere, ma i benefici saranno diseguali
L’intelligenza artificiale rischia di ampliare le differenze già esistenti tra le economie europee. I Paesi dotati di infrastrutture digitali, capitale, competenze, energia e imprese tecnologiche partiranno avvantaggiati; quelli con minori risorse rischiano di accumulare ulteriore ritardo. Lo studio ha valutato le infrastrutture digitali, l’innovazione e l’integrazione, il capitale umano, le politiche e la regolamentazione.
Secondo le stime richiamate dal Fondo, l’IA potrebbe generare in Europa un aumento cumulato della produttività di circa l’1% in cinque anni, ma l’incertezza è elevata. I risultati dipenderanno dalla velocità di adozione, dalle infrastrutture digitali, dalle competenze disponibili, dall’energia e dalle condizioni istituzionali. Tra i Paesi cambiano anche gli ecosistemi dell’innovazione, la struttura industriale e l’accesso ai semiconduttori e ai centri dati.
La possibilità di aumentare la produttività e la crescita non garantisce benefici automatici né uniformi tra Paesi e lavoratori. «Sebbene il potenziale dell’intelligenza artificiale appaia notevole — si legge nello studio — le implicazioni complessive in termini di produttività, domanda di manodopera, disuguaglianza e finanze pubbliche rimangono altamente incerte».
Per il Fmi occorre intervenire sulle competenze, sul mercato del lavoro, sul settore pubblico, sull’energia, sulle infrastrutture e sull’autonomia tecnologica. La transizione rende più urgenti il completamento del mercato unico e le riforme strutturali per migliorare la produttività. I benefici devono essere condivisi ampiamente nella società: per il Fondo, «sostenere la preparazione e mantenere l’agilità sono essenziali per massimizzare i benefici derivanti dall’IA, limitandone al contempo i costi sociali».
Lavoro e fisco, l’esposizione all’Intelligenza artificiale non significa sostituzione
Il lavoro è il principale nodo sociale. L’IA aumenterà la domanda di competenze avanzate e potrebbe ridurre quella per le attività standard, ma non è ancora possibile stabilire l’effetto netto sull’occupazione. Nelle economie europee avanzate circa il 60% dei lavoratori svolge professioni esposte all’IA, contro il 45% nell’Europa emergente e il 40% a livello mondiale.
L’esposizione, però, non equivale necessariamente alla sostituzione. Circa metà dei lavori maggiormente esposti appartiene a professioni nelle quali l’IA può essere complementare al lavoratore, aumentandone la produttività. Il documento suggerisce quindi più formazione, riqualificazione e apprendimento permanente, insieme a politiche attive del lavoro e sistemi di sostegno al reddito capaci di accompagnare le transizioni.
Le applicazioni possibili riguardano anche il settore pubblico. L’IA potrebbe migliorare l’amministrazione fiscale, individuare le frodi e le anomalie, aumentare il rispetto degli obblighi tributari, analizzare meglio gli appalti, rendere più efficiente la spesa pubblica e velocizzare le procedure amministrative. Per il Fondo, tuttavia, la tecnologia non deve sostituire il giudizio umano: servono infrastrutture digitali, capacità amministrativa, protezione dei dati, riservatezza e supervisione umana.
La trasformazione pone anche una questione fiscale. Se l’IA sostituisse il lavoro con il capitale, potrebbe spostare verso quest’ultimo una quota maggiore del reddito e modificare le basi imponibili. Il documento invita perciò a esaminare le differenze di tassazione tra lavoro e capitale. L’incertezza sull’occupazione si accompagna così a quella sulle finanze pubbliche, fra le implicazioni complessive che il Fondo considera ancora altamente incerte.
Energia e autonomia tecnologica, le indicazioni del Fondo
L’energia rischia di diventare un limite all’espansione dell’IA. I centri dati consumano già circa il 3% dell’elettricità europea e la domanda crescerà con la diffusione della tecnologia. La concentrazione geografica degli impianti, soprattutto a Francoforte, Londra, Amsterdam, Parigi e Dublino, crea pressioni sulle reti locali e sui prezzi.
La soluzione indicata dal Fmi è una maggiore integrazione delle reti elettriche europee, con più interconnessioni transfrontaliere e un coordinamento europeo sulla localizzazione dei centri dati. L’accesso all’energia si affianca alla disponibilità delle infrastrutture digitali tra le condizioni necessarie per cogliere i benefici dell’IA.
L’Europa rischia inoltre di aumentare la propria dipendenza da tecnologie e fornitori esterni all’Unione europea. I principali sviluppatori di IA si trovano oggi soprattutto negli Stati Uniti e in Cina. Un’eventuale interruzione dell’accesso ai modelli stranieri potrebbe far aumentare fortemente i costi europei e frenare le capacità tecnologiche.
Il Fondo suggerisce quindi di rafforzare l’ecosistema europeo, dai centri dati all’energia, dai semiconduttori al capitale di rischio. L’indicazione riguarda le risorse necessarie allo sviluppo tecnologico, ma comprende un limite per l’azione dei governi: gli interventi pubblici devono essere mirati e non soffocare l’innovazione privata.
