Le famiglie italiane hanno raggiunto nel 2025 un’esposizione di quasi 178 miliardi di euro per i finanziamenti al consumo concessi da banche e finanziarie, secondo l’Ufficio studi della Cgia. La media è di 6.657 euro per nucleo, in aumento del 4,9% sul 2024. Rispetto al 2016, la crescita ammonta a circa 68 miliardi, pari al 62% in nove anni: «Un balzo notevole che dice molto sui cambiamenti nelle abitudini di spesa e, soprattutto, nella capacità economica delle famiglie», osserva la Cgia.
Il conteggio del credito al consumo esclude i mutui per la casa, che per la Cgia «sono un capitolo a parte», perché costituiscono investimenti di lungo periodo destinati ad accrescere il patrimonio immobiliare.
Cgia credito consumo famiglie, Umbria in testa e Siracusa al livello più alto
L’Umbria è la regione con la maggiore esposizione a breve delle famiglie verso banche e finanziarie: 7.514 euro per nucleo, con un incremento del 5,1% rispetto al 2024. Seguono la Toscana, con 7.399 euro e una crescita del 5,6%, e la Sicilia, con 7.383 euro e un aumento del 4,5%.
All’estremità opposta della graduatoria regionale si trovano il Friuli Venezia Giulia, con 5.845 euro per famiglia e un incremento del 4,9%, la Basilicata, con 5.536 euro e un aumento del 3,7%, e il Trentino Alto Adige, con 3.824 euro e una crescita del 5,7%.
Tra le province, Siracusa raggiunge 8.437 euro a famiglia (+4%). Seguono Massa-Carrara con 8.373 euro (+5,8%), Lodi con 8.280 euro (+6,5%) e Pistoia con 8.168 euro. Pistoia e Ravenna registrano l’incremento annuo maggiore: +7,1%. Le esposizioni più contenute sono quelle di Trento, con 4.524 euro (+5,9%), Sondrio, con 4.400 euro (+6,1%), e Bolzano, con 3.106 euro (+5,3%).
Il debito bancario con i mutui e l’andamento dei tassi
Il debito complessivo sale a 612,6 miliardi di euro sommando il credito al consumo delle sole banche, pari a 127 miliardi, i 447,5 miliardi di mutui per l’abitazione accesi da 3,8 milioni di famiglie e le altre forme residuali di prestito. I mutui sottoscritti in Italia nel 2025 sono stati 382.389: la Lombardia ne conta 93.994, seguita dal Veneto con 39.753 e dall’Emilia Romagna con 38.453.
Il Rapporto mensile dell’Abi registra ad agosto 2026 un aumento annuo dei prestiti a imprese e famiglie del 3,4%, contro il 3,3% del mese precedente. «Prosegue il percorso di crescita dei prestiti iniziato a marzo 2025 e tornato ai livelli di ottobre 2022», spiega l’Abi. Per le famiglie è il ventesimo mese di incremento, per le imprese il quattordicesimo.
Per il credito al consumo, il Taeg è passato dal 7,64% del 2021 al 10,16% del 2023, ha oscillato attorno al 10% nei due anni successivi ed è arrivato al 10,38% a luglio 2026: un aumento definito «notevole» dalla Cgia.
«Se tra la fine del 2025 e luglio 2026 il Taeg sull’acquisto della casa è rimasto immutato, quello del credito al consumo è salito di 41 punti base. Una spinta arrivata soprattutto dalle fiammate inflazionistiche che hanno colpito l’Eurozona, a cui la Bce ha risposto alzando il tasso sui rifinanziamenti, oggi al 2,65%», commenta la Cgia.
La liquidità immediata e gli acquisti di beni durevoli
Il bisogno di denaro per le spese correnti e il finanziamento degli acquisti sono le ragioni individuate dalla Cgia per spiegare il maggiore ricorso ai prestiti: «Le ragioni sono principalmente due. Da un lato c’è chi ha bisogno di liquidità immediata, magari per far fronte a spese impreviste o per arrivare a fine mese. Dall’altro c’è chi accende un prestito per acquistare beni durevoli: l’auto nuova, il televisore, i mobili, gli elettrodomestici, tutti quegli acquisti importanti che un tempo si facevano con i risparmi».
La Cgia collega il fenomeno anche alla perdita di potere d’acquisto: «Dietro questi numeri non sempre si intravede il disagio economico che sta attraversando una parte importante del Paese. Tuttavia, negli ultimi anni l’aumento dell’inflazione ha progressivamente eroso il potere d’acquisto degli italiani: per molti gli stipendi e le pensioni sono rimaste sostanzialmente ferme, mentre i prezzi di beni e servizi sono schizzati all’insù. Il risultato è che molte famiglie, in particolar modo del cosiddetto ceto medio, per mantenere lo stesso tenore di vita di prima, si sono trovate costrette a ricorrere al credito, alimentando così quella crescita del debito privato verso banche e finanziarie che i numeri raccontano con chiarezza».
