Donald Trump è atterrato a Dublino poco prima delle 8.25 per una visita di due giorni in Irlanda. Il capo della Casa Bianca, partito dagli Stati Uniti dopo le commemorazioni per i 25 anni dagli attacchi dell’11 settembre, ha avviato il programma con incontri istituzionali. In mattinata ha visto la presidente irlandese Catherine Connolly e il premier Micheál Martin. Nel calendario è inclusa anche una tappa alla nuova ambasciata degli Stati Uniti.
Il dossier politico non è l’unico motivo del viaggio. Di qui il trasferimento a Doonbeg, sulla costa occidentale, dove Trump assisterà all’Irish Open nel resort di sua proprietà. Il rientro è previsto lunedì, dopo due notti a Doonbeg. Prima di salire sull’Air Force One in direzione Irlanda, aveva anticipato il tono del tour: “Ci prendiamo un attimo di respiro. Ho in programma incontri con leader europei e altri: sarà un momento molto intenso. Abbiamo molto da fare”.
Trump riunificazione Irlanda e regole per un referendum nel Regno Unito
Il tema della riunificazione dell’Irlanda è emerso nella conferenza stampa con Martin. A una domanda sull’unificazione tra la Repubblica d’Irlanda e l’Irlanda del Nord, parte del Regno Unito, Trump ha risposto in maniera netta, collegando l’auspicio a un percorso politico da avviare.
«Mi piacerebbe vederla unificata. Prima o poi succederà. Qui c’è l’uomo giusto per far partire il processo», ha affermato, secondo l’Irish Times. Ha aggiunto che Londra potrebbe opporsi: “Credo che sarebbe una cosa fantastica; penso che il Regno Unito avrebbe qualcosa da ridire al riguardo, ma ritengo che sarebbe un’ottima cosa. Come potrebbe essere un male?”.
La replica istituzionale è arrivata da Londra. Il governo britannico ha ribadito il pieno sostegno all’Accordo del Venerdì Santo, richiamando parole già pronunciate alla Camera dei Comuni dal primo ministro Andy Burnham: «Rispetterò l’accordo al 100%».
Resta un punto procedurale chiaro: la valutazione sull’eventuale indizione di un referendum sul confine spetta al ministro per l’Irlanda del Nord. Burnham ha fissato il criterio: si prenderà in considerazione la consultazione «quando nel Paese vi sarà un chiaro consenso e l’opinione pubblica sarà cambiata al punto da renderlo necessario».
Houthi, contatto con Washington e richiesta saudita
Il dossier mediorientale ha attraversato anche la sosta di Dublino. Nelle scorse ore gli Houthi yemeniti, vicini all’Iran, hanno conquistato un passaggio strategico tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden, in Yemen. Interpellato sul quadro nello Stretto di Hormuz, Trump ha rassicurato: “Andrà tutto per il verso giusto”.
A margine, il presidente ha riferito di un contatto diretto dei combattenti yemeniti con Washington. Secondo la sua ricostruzione, il messaggio era mirato a evitare un’escalation con gli Stati Uniti: “Gli Houthi ci hanno chiamato e non vogliono combattere con noi. Non vogliono che li attacchiamo”.
La conversazione con Mohammed bin Salman, principe ereditario e guida di fatto dell’Arabia Saudita, è stata definita da Trump un confronto con un “amico”. C’è un tassello in più: secondo Axios, bin Salman avrebbe chiesto al capo della Casa Bianca di colpire i miliziani yemeniti, ma la richiesta è stata respinta. Un passaggio che segnala interessi convergenti sulla sicurezza marittima, e al tempo stesso linee d’azione diverse rispetto all’uso della forza.
In sintesi operativa, la trasferta irlandese combina agenda politica e vetrina sportiva, mentre i dossier esteri restano sul tavolo con tempi e priorità che non dipendono dall’agenda del golf. A Dublino, intanto, gli staff mantengono i contatti: il percorso sulla riunificazione è agganciato alle regole dell’accordo, il capitolo Yemen alla pressione negoziale sulle parti.
