L’Arthur Ashe degli Us Open è diventato il teatro principale di un fenomeno che ha trasformato il tennis in spettacolo. Sugli spalti dell’impianto di Flushing, nel Queens, si mangia, si beve, si parla a voce alta e si avverte l’odore di marijuana. Nel 2026, mentre alcuni campioni lamentano la perdita del silenzio tradizionale, il torneo registra anche un boom di presenze legate ai social. Sono stati accredidati cento influencer, il doppio rispetto ai 54 del 2025.
Atmosfera sugli spalti degli Us Open e reazioni dei giocatori
L’ambiente descritto dagli spettatori e dai tennisti è distante dall’etichetta wimbledoniana. Il crunch del cibo e i rumori della folla accompagnano ogni punto, con spostamenti tra i posti anche durante lo svolgimento degli scambi. Alcuni giocatori accettano la natura locale del pubblico: Jannik Sinner ha risposto in passato che, a New York, «l’ambiente è rumoroso e indisciplinato» e che «è perfettamente inutile chiedere all’arbitro di richiamare al silenzio». Altri invece segnalano difficoltà di concentrazione. Flavio Cobolli, sconfitto da Blockx, ha detto: «È troppo rumoroso: così diventa difficile concentrarsi».
Nel 2026 la palma della protesta è andata a Alexander Zverev, che ha offerto la «migliore lagna». «Il campo diciassette puzzava come il salotto di Snoop Dogg…», ha detto, riportando un fastidio che ricorre ogni anno a rotazione. Anche Naomi Osaka ha rimarcato l’impatto delle luci e dei telefoni sugli spalti: «C’è stato un momento in cui, mentre giocavo il punto, queste persone gridavano delle cose. Va bene cercare di allargare la popolarità del tennis, ma dall’etichetta e dalle regole non bisognerebbe prescindere».
Influencer, accrediti e le contromisure del torneo
La presenza dei content creator è il nodo centrale della trasformazione. L’Open Stati Uniti ha autorizzato cento influencer accreditati. Un numero che, come ricorda il conto comparativo, è il doppio rispetto ai 54 del 2025. Alcuni profili sono stati sanzionati. Meg e Audrey, titolari dell’account The Vip List, sono state cacciate dal torneo dopo aver pubblicato la foto dell’accredito. Gli altri, secondo le cronache dal campo, si muovono liberamente tra i settori per selfie e video, con ring light e telefoni che illuminano gli spalti.
Il centrale dell’evento, l’Arthur Ashe, è diventato il luogo in cui misurare questo nuovo pubblico. «Ma se ti invitano sul red carpet, non ci vai in jeans», ha osservato Coco Gauff, sottolineando che chi attrae questi ospiti «dovrebbe educarla su come si assiste al tennis». Sul versante dei giocatori, Jessica Pegula ha definito il comportamento degli spettatori «irrispettoso»: «Siamo qui per fare il nostro lavoro, tutto ciò è irrispettoso», ha detto.
Accanto al costume degli spettatori entrano anche simboli della cultura locale e del marketing. A Wimbledon c’è il Pimm’s, all’Open Stati Uniti il cocktail più celebre citato è l’Honey Deuce. La bolla social e il gigantismo del circuito sono tornati al centro del dibattito: la bolla «è destinata ad implodere (speriamo)», recita un’osservazione critica che circola tra addetti ai lavori. Nel frattempo, pare che le prime mail che riassumono l’abc del gioco — istruzioni sull’etichetta per il pubblico — stiano già girando tra gli accrediti, come primo tentativo di mediare tra spettacolo e regole tradizionali.
L’Us Open resta però un fenomeno ibrido: un grande evento sportivo che convive con logiche di intrattenimento e con una platea che, in larga parte, arriva per i social e per la scena oltre che per il match. La sfida degli organizzatori è ora trasformare questa massa in pubblico che conosca il punteggio e rispetti le regole del gioco.
