Dagli Stati Uniti alla Repubblica Centrafricana, senza sapere dove sarebbero stati portati. È il racconto di due migranti deportati dall’amministrazione di Donald Trump e oggi bloccati a Bangui, capitale di uno dei Paesi più poveri e instabili al mondo. Secondo quanto riferito alla Cbs News, i due uomini non sarebbero stati informati in anticipo della destinazione né avrebbero avuto la possibilità di contestare il trasferimento.
I protagonisti della vicenda sono Yasmany Moreno de Armas, cubano di 31 anni, e Zena Gebrgzabher, eritreo di 39. Fino allo scorso anno vivevano e lavoravano negli Stati Uniti. Ora si trovano a migliaia di chilometri dalle loro famiglie, in un Paese con il quale non avevano alcun legame. La loro storia si inserisce nella più ampia strategia delle deportazioni verso “Paesi terzi” adottata dall’amministrazione Trump nell’ambito della stretta sull’immigrazione irregolare.
«Non possiamo andarcene»
Moreno de Armas ha raccontato di aver scoperto di essere stato deportato nella Repubblica Centrafricana soltanto dopo essere arrivato a Bangui, alla fine di luglio. Sullo stesso volo si trovavano migranti provenienti da diversi Paesi, tra cui Ecuador, Honduras, Serbia, Russia e Vietnam.
L’uomo sostiene di non aver mai sentito parlare prima della Repubblica Centrafricana. Oggi vive insieme ad altri deportati in un edificio della capitale e denuncia una condizione di sostanziale isolamento: non avrebbe documenti per lasciare il Paese e non saprebbe quale sarà il suo futuro.
Una situazione simile è quella di Gebrgzabher. L’uomo viveva nel Maryland e lavorava come camionista. Negli Stati Uniti sono rimasti la moglie Yrgalem Gehrehiwet e il figlio di cinque anni, entrambi cittadini americani. Secondo il suo racconto, anche lui sarebbe stato trasferito senza essere informato preventivamente della destinazione.
La moglie ha definito la deportazione «ingiusta e disumana», raccontando le conseguenze dell’assenza del padre sul bambino. Cbs News riferisce inoltre di non aver individuato precedenti penali a carico dei due uomini, fatta eccezione per violazioni legate alle norme sull’immigrazione e al codice della strada.
La protezione contro il ritorno in Eritrea
Particolarmente delicata è la posizione di Gebrgzabher. Nel 2017 un giudice dell’immigrazione statunitense gli aveva riconosciuto una protezione ai sensi della Convenzione contro la tortura, impedendone il rimpatrio in Eritrea.
Quella tutela, tuttavia, non impediva legalmente agli Stati Uniti di trasferirlo in un Paese terzo. L’uomo aveva quindi continuato a vivere negli Usa e, secondo quanto riferito alla Cbs, si presentava regolarmente agli appuntamenti con le autorità dell’immigrazione fino al suo arresto avvenuto lo scorso anno.
Anche Moreno de Armas sostiene di rischiare conseguenze in caso di ritorno a Cuba. Arrivato in Florida via mare nel 2016, aveva chiesto la green card senza ottenerla. Nel maggio 2025 era stato arrestato dalle autorità dell’immigrazione e aveva trascorso circa un anno in custodia prima della deportazione.
Gli accordi degli Usa con i Paesi terzi
Il caso della Repubblica Centrafricana non è isolato. L’amministrazione Trump ha ampliato fortemente il ricorso agli accordi con Paesi disposti ad accogliere persone che non sono loro cittadini, soprattutto quando il rimpatrio nello Stato d’origine risulta difficile o è impedito da protezioni giudiziarie.
Secondo Cbs News, Washington ha convinto più di 30 Paesi ad accettare deportati di Paesi terzi. Tra gli Stati africani coinvolti figurano, oltre alla Repubblica Centrafricana, Liberia, Ghana, Sierra Leone, Uganda, Ruanda, Guinea Equatoriale e Repubblica Democratica del Congo. La Liberia, ad esempio, ha recentemente accettato di ricevere fino a 1.200 deportati nell’arco di un anno.
La politica resta al centro delle critiche delle organizzazioni per i diritti dei migranti, che contestano soprattutto la scarsa trasparenza degli accordi e il rischio che persone già protette dal rimpatrio finiscano in Paesi segnati da instabilità, repressione o conflitti.
La Repubblica Centrafricana è attraversata da anni da violenze e instabilità e ospita anche una significativa presenza di personale russo. Lo stesso Dipartimento di Stato americano mantiene per il Paese il massimo livello di allerta per i viaggi. Il Dipartimento per la Sicurezza interna, interpellato dalla Cbs sui casi dei due uomini e sui termini dell’accordo con Bangui, non aveva fornito risposte all’emittente.
