Il debito degli Usa ha superato per la prima volta i 40 mila miliardi di dollari. La cifra, da sola, dice però solo una parte della storia. A preoccupare economisti e investitori non è tanto il raggiungimento di una soglia simbolica, quanto la velocità con cui il debito continua a crescere e quanto costa ormai finanziarlo.
Debito Usa, cosa misura davvero la cifra dei 40 mila miliardi
Nel computo complessivo bisogna distinguere il debito federale lordo dal debt held by the public, cioè la parte detenuta da investitori, fondi, banche, Federal Reserve e soggetti stranieri. Dei 40 mila miliardi complessivi, circa 32.300 miliardi sono oggi nelle mani del pubblico, mentre poco meno di 7.800 miliardi corrispondono a debiti tra diverse componenti dello Stato federale.
È soprattutto il primo aggregato a essere osservato dai mercati, perché rappresenta il debito che Washington deve effettivamente collocare e rifinanziare. Le sue dimensioni sono ormai sostanzialmente equivalenti a quelle dell’intera economia statunitense.
Il Congressional Budget Office prevede per il 2026 un deficit federale di circa 1.900 miliardi di dollari, pari al 5,8% del Pil. Il debito detenuto dal pubblico dovrebbe raggiungere il 101% del Pil quest’anno e arrivare al 120% nel 2036. A quel punto avrebbe superato abbondantemente il precedente record del 106% raggiunto nel 1946, subito dopo la Seconda guerra mondiale.
Non si tratta di una soglia oltre la quale scatta automaticamente una crisi. Gli Stati Uniti mantengono alcuni vantaggi difficilmente replicabili da altri Paesi, a partire dal ruolo del dollaro come principale valuta di riserva mondiale e dalla profondità del mercato dei Treasury. Il problema è piuttosto quanto spazio rimane nel bilancio federale mentre una quota crescente delle entrate viene utilizzata soltanto per pagare gli interessi.
Quanto pesano le politiche di Donald Trump
Il debito americano non nasce con Donald Trump. La crisi finanziaria del 2008, la pandemia, l’invecchiamento della popolazione e la crescita delle spese per Social Security e Medicare hanno contribuito per anni ad ampliare i deficit federali. Ma anche le politiche fiscali dell’attuale amministrazione stanno spingendo nella stessa direzione.
Dal ritorno di Trump alla Casa Bianca nel gennaio 2025, il debito complessivo è cresciuto di circa 3.800 miliardi di dollari. Considerando anche il suo primo mandato, l’aumento registrato durante le due presidenze Trump raggiunge finora gli 11.600 miliardi, anche se una parte consistente dell’incremento del primo mandato è legata alle misure straordinarie adottate durante la pandemia.
A incidere sulle prospettive future è soprattutto il grande provvedimento fiscale approvato nel 2025, il cosiddetto One Big Beautiful Bill Act, che ha reso permanenti diversi tagli fiscali introdotti nel 2017 e aumentato le risorse per difesa e sicurezza interna. Secondo il CBO, la legge farà crescere i deficit di circa 4.700 miliardi di dollari tra il 2026 e il 2035, considerando anche gli effetti macroeconomici e i maggiori interessi sul debito. I tagli a Medicaid, ai programmi alimentari e ad altre voci di spesa compensano soltanto in parte le minori entrate e le nuove uscite.
C’è però un’altra parte della politica economica di Trump che agisce nella direzione opposta: i dazi. Secondo le stime del CBO, l’aumento delle tariffe commerciali potrebbe ridurre i deficit di circa 3 mila miliardi nel decennio. Anche mettendo insieme i due effetti, però, il maggiore gettito doganale non basta a compensare completamente il costo delle altre misure fiscali.
Debito Usa, la trappola degli interessi
È qui che entra in gioco il problema più difficile da controllare. Per oltre un decennio il governo americano ha potuto finanziarsi a tassi eccezionalmente bassi. Oggi una quota crescente dei Treasury in scadenza deve invece essere sostituita con nuovi titoli che offrono rendimenti molto più elevati.
Il meccanismo rischia così di autoalimentarsi: più debito significa maggiori interessi; maggiori interessi ampliano il deficit; un deficit più ampio richiede nuovo debito.
Il peso è già visibile nei conti federali. Nell’anno fiscale 2025 la spesa per il servizio del debito ha superato per la prima volta quella destinata al Pentagono. Nei primi dieci mesi dell’anno fiscale 2026 ha superato anche Medicare, diventando la seconda voce di spesa federale dopo la Social Security.
Il CBO prevede che gli interessi netti passeranno da circa mille miliardi di dollari nel 2026 a 2.100 miliardi nel 2036, arrivando da soli a pesare per il 4,6% del Pil.
Gli investitori chiedono sempre più interessi
Il mercato ha già cominciato a dare segnali concreti. Nell’ultima serie di aste, i titoli del Tesoro a dieci anni sono stati collocati con un rendimento del 4,683%, il più alto degli ultimi 19 anni, mentre quello dei bond trentennali ha raggiunto il 5,216%, massimo degli ultimi 25 anni.
Questo non significa che gli investitori abbiano smesso di comprare titoli americani. Al contrario, la domanda rimane consistente. Ma il punto è il prezzo: per convincere il mercato ad assorbire quantità sempre maggiori di Treasury, Washington deve offrire rendimenti più alti.
Applicato a oltre 32 mila miliardi di debito detenuto dal pubblico, anche un aumento apparentemente limitato del costo medio può trasformarsi nel tempo in centinaia di miliardi di dollari di spesa aggiuntiva.
Il problema dei 40 mila miliardi, quindi, non è soltanto stabilire se gli Stati Uniti siano in grado di continuare a indebitarsi. Al momento lo sono. La questione è quanto costerà farlo e quanta parte del bilancio federale finirà per essere sottratta ad altre priorità. E soprattutto quale margine avrà Washington quando arriverà la prossima recessione, una nuova emergenza o una crisi che richiederà ancora una volta allo Stato di spendere molto e rapidamente.
