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Quando Francesco Guccini aveva parlato della morte: “Siamo in lista d’attesa, speriamo non domani”

Nel corso di un'intervista, il cantautore aveva raccontato come il passare degli anni avesse modificato il suo rapporto con la mortalità

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Francesco Guccini

Francesco Guccini | FACEBOOK FRANCESCO GUCCINI - Alanews.it

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Svariati anni prima della sua dipartita, avvenuta il 6 agosto 2026, Francesco Guccini aveva parlato della morte, della vecchiaia e del tempo che passa nel corso di un’intervista realizzata nel 2007 da Asia (Associazione per lo Sviluppo dell’Individuo e dell’Organizzazione).

Guccini aveva parlato della morte senza retorica, descrivendola come una presenza sempre più concreta con il passare degli anni. Un pensiero che non lo accompagnava quotidianamente, ma che emergeva nei momenti di perdita e nel confronto con gli amici e i colleghi scomparsi.

Guccini: “C’è un tempo per i matrimoni e un tempo per i funerali”

Nel corso dell’intervista, il cantautore aveva raccontato come il passare degli anni avesse modificato il suo rapporto con la mortalità. La domanda sulla morte arrivava dopo una lunga riflessione sul valore delle domande senza risposta e sulla necessità di continuare a cercare, anche quando non esiste una verità definitiva da raggiungere.

“Siamo in lista d’attesa – speriamo non domani, chiaramente”, aveva detto con una delle sue consuete battute amare ma ironiche, ricordando la morte recente di un amico. Guccini aveva spiegato che, con l’avanzare dell’età, cambia anche il modo di frequentare la vita sociale: “C’è un tempo in cui si va solo a dei matrimoni e poi c’è un tempo in cui si va solo a dei funerali”.

Per il cantautore, la morte resta comunque qualcosa che fa paura, soprattutto quando arriva senza che si sia raggiunto un senso di appagamento per ciò che è stato vissuto. La possibilità di arrivare alla fine dell’esistenza con la sensazione di aver completato il proprio percorso rappresentava, secondo lui, una sorta di speranza. Nel corso degli anni però la posizione dell’artista è mutata, tanto che in una intervista del 2024 a Editoriale Domani aveva dichiarato di non essere più spaventato dalla prospettiva di morire.

La vecchiaia tra accettazione e senso di estraneità

Guccini aveva raccontato anche un episodio vissuto nel suo paese d’origine, Pavana, dove aveva incontrato un anziano che si sentiva ormai estraneo al mondo contemporaneo. L’uomo, sorpreso di essere ancora vivo, gli aveva detto: “Cristo si dev’essere dimenticato di me… perché non mi prende con sé?”. Un’immagine che aveva colpito il cantautore perché rappresentava una possibile condizione della vecchiaia: quella di chi non riesce più a riconoscersi nella società che cambia e si percepisce come un sopravvissuto.

Allo stesso tempo, però, Guccini aveva ricordato anche figure di anziani ancora pieni di energia e curiosità, come il giornalista Enzo Biagi, allora ancora in vita e attivo professionalmente. Anche in questi casi, però, intravedeva una forma di consapevolezza della fine: una sorta di progressiva accettazione del proprio destino.

Guccini: “Da giovani ci si ritiene immortali, poi cambia tutto”

Secondo Guccini, il rapporto con la morte cambia soprattutto dopo una certa età. Da giovani, aveva spiegato, si vive con la convinzione quasi naturale di avere davanti un tempo infinito. Poi arriva un momento in cui ci si rende conto che gli anni già vissuti sono probabilmente più numerosi di quelli ancora disponibili.

“Quando si è giovani ci si ritiene immortali, perché c’è tanto, tanto tempo davanti”, aveva raccontato. Dopo i cinquant’anni, invece, la prospettiva cambia: “Uno comincia a pensarci: i cinquanta che ho vissuto sono di più di quelli che mi spettano”.

Non si tratta, però, di un pensiero costante. Guccini aveva precisato che non passava le giornate a riflettere sulla morte, ma che alcuni eventi rendevano impossibile ignorarla. Tra questi citava la scomparsa di amici e colleghi come Giorgio Gaber, Victor Sogliani, Bonvi, Augusto dei Nomadi e Fabrizio De André: persone conosciute quando erano tutti giovani e che, con il tempo, erano diventate compagni di viaggio perduti lungo il cammino.

Dopo la morte resta il legame con chi abbiamo amato

Pur dichiarandosi agnostico e convinto che dopo la morte non ci sia nulla, Guccini spiegava di conservare comunque un rapporto simbolico con le persone che non c’erano più. Un legame particolarmente evidente con le figure familiari raccontate nell’album “Radici”, uno dei lavori più importanti della sua carriera.

“Penso sempre ai miei vecchi, quelli di Radici, come se ci fossero ancora, come se fossero presenti, anche se so benissimo che non lo sono più”, aveva raccontato. Non parlava di un sentimento religioso tradizionale, ma di una forma di spiritualità legata alla memoria, alla natura e alla capacità dell’essere umano di interrogarsi sul proprio posto nel mondo.

Il “sacro” di Guccini: l’umanesimo e la ricerca continua

Nell’intervista realizzata da Asia, il cantautore aveva infine affrontato anche il tema della fede e del rapporto tra uomo e trascendenza. Guccini criticava ogni forma di integralismo, indipendentemente dall’ambito religioso o ideologico, perché basata sulla convinzione di possedere una verità assoluta. Lui stesso si definiva agnostico, non ateo, e parlava di un “senso panteistico delle cose, della natura”. Pur ritenendo che dopo la morte non vi sia nulla, riconosceva un valore profondo nella capacità umana di cercare, interrogarsi e continuare a porsi domande.

“Il sacro dell’umanesimo, il sacro dello spirito umano che si domanda, che cerca di andare avanti”, aveva spiegato, individuando proprio nella ricerca il possibile significato dell’esistenza. Una posizione che riassume gran parte della poetica di Guccini: non la certezza di una risposta definitiva, ma il valore del dubbio, della curiosità e del viaggio interiore. Un atteggiamento che il cantautore ha mantenuto fino agli ultimi anni della sua vita, continuando a interrogarsi sul senso dell’esistenza fino alla fine.

Il passare degli anni e il confronto con la morte

Il tema della morte è tornato anche in un’intervista concessa al Corriere della Sera nel 2020, in occasione del suo ottantesimo compleanno. Guccini, parlando del tempo che passa, aveva spiegato come il rapporto con la fine della vita cambi inevitabilmente con l’avanzare dell’età. “L’uomo è l’unico animale che sa di dover morire; ma da giovane è convinto di essere immortale. A ottant’anni però comincia ad avere qualche dubbio”, aveva raccontato, riconoscendo come la consapevolezza della mortalità diventi più concreta quando gli anni vissuti iniziano a superare quelli che probabilmente restano.

Il cantautore aveva però chiarito che il pensiero della morte non occupava ogni momento della sua quotidianità. Anche nell’intervista ad Asia aveva sottolineato come non fosse qualcosa a cui pensava continuamente, ma un tema che riaffiorava soprattutto davanti alla perdita delle persone care. “Quando muore un amico, com’è morto Gaber, com’è morto Victor Sogliani, com’è morto Bonvi, come Augusto dei Nomadi, De André, tutti in maniera diversa, ma sono compagni di strada, che ho conosciuto… questi sono già andati, ci siamo già salutati”, aveva raccontato, spiegando che davanti a queste assenze non resta che “tirare avanti” e cercare di pensarci il meno possibile.

Il desiderio di ritrovare le persone amate

Nella conversazione con il Corriere della Sera, Guccini aveva affrontato anche il tema dell’aldilà, confermando una posizione distante dalla fede religiosa tradizionale. “No. È un mio sogno panteistico”, aveva risposto alla domanda sulla possibilità di una vita dopo la morte evocata in una delle sue canzoni. Nonostante ciò, aveva ammesso di conservare il desiderio umano di poter rivedere le persone che hanno segnato la sua esistenza: “Mi piacerebbe tanto rivedere nonna Amabilia, nonno Pietro che morì quando avevo tredici anni, il prozio Enrico che morì quando ne avevo ventitré: ero militare e non mi diedero la licenza. E mio padre e mia madre”.

Questa dimensione del ricordo si lega profondamente a uno dei temi ricorrenti della sua produzione artistica: il rapporto con le proprie radici e con le vite degli altri, che Guccini aveva indicato anche nell’intervista ad Asia come una delle ragioni profonde della sua ricerca. Le persone scomparse, pur non essendo più fisicamente presenti, continuano infatti a vivere nella memoria e nelle storie che vengono tramandate.

Una vecchiaia tra accettazione e inquietudine

Nel dialogo con il Corriere della Sera, Guccini aveva inoltre raccontato una vecchiaia vissuta senza particolari drammi, ma con la consapevolezza dei cambiamenti portati dal tempo. “A volte non me li sento. Non sto male. Certo, ho perso agilità”, aveva spiegato, aggiungendo di aver dovuto rinunciare anche alla lettura dei libri cartacei a causa dei problemi alla vista, una perdita particolarmente significativa per un uomo che aveva sempre considerato la letteratura una parte fondamentale della propria formazione.

Il rapporto con la morte, quindi, rimaneva per Guccini un equilibrio tra paura e accettazione: da una parte la consapevolezza della fine inevitabile, dall’altra la volontà di continuare a coltivare curiosità, interessi e legami. Una posizione coerente con il suo pensiero espresso ad Asia: il valore dell’esistenza non risiede necessariamente nel trovare risposte definitive, ma nel continuare a porsi domande fino all’ultimo.

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