Francesco Guccini, scomparso il 6 agosto 2026, ha composto un corpus di 161 canzoni che coprono oltre mezzo secolo di carriera, da “Noi non ci saremo” del 1967 fino a “Natale a Pàvana” inciso nel 2019. Questa scelta di dieci brani illustra le origini, i riferimenti biografici e il significato sociale di pezzi che il cantautore ha spesso proposto nei concerti e che sono entrati nell’immaginario collettivo.
Primi anni e brani che hanno aperto la carriera di Francesco Guccini
Tra i primi titoli pubblicati si trova la canzone depositata alla SIAE nel 1965, Dio è morto, brano che non fu inciso da Guccini ma portato al successo dai Nomadi e interpretato anche da Caterina Caselli con un testo riveduto; nonostante ciò, la versione dal vivo del cantautore è rimasta tra le più note e spesso proposta nei live. Sempre nella fase iniziale, scritta nel 1967 e pubblicata nel primo album “Folk beat n.1”, c’è Canzone per un’amica, nota anche come “In morte di S.F.”, dedicata a Silvana Fontana, amica del cantautore morta in un incidente stradale nel 1966 e poi incisa anche dai Nomadi.
Un altro brano che attraversò la scena prima di essere collocato nel repertorio di Guccini è Auschwitz, portato al successo dall’Equipe 84 nel 1966 e poi inserito dal cantautore nel suo primo album con il titolo “La canzone del bambino nel vento (Auschwitz)”; in anni recenti lo stesso Guccini ha dichiarato che, insieme a “Dio è morto”, figura tra le canzoni che considera meno riuscite.
Gli anni Settanta: radici, storia e memoria
Nell’album Radici, del 1972, si trovano due brani che hanno segnato l’immagine pubblica del cantautore: Il vecchio e il bambino e La locomotiva, entrambi divenuti tra i più conosciuti del suo repertorio; il primo affronta il passaggio generazionale attraverso la figura di un vecchio e di un bambino in una società che segue a un disastro nucleare, mentre il secondo prende spunto da un episodio storico del 1893 in cui l’anarchico Pietro Rigosi di dirottò una locomotiva, restando mutilato e sfigurato, e per decenni fu cantato come simbolo della lotta di classe.
Questi pezzi, proposti spesso alla fine dei concerti, hanno contribuito a definire la forte matrice narrativa e civile della produzione di Guccini, rendendo gli anni Settanta il periodo in cui si consolidarono i temi della memoria storica, della critica sociale e del racconto personale che caratterizzeranno la sua produzione successiva.
Anni successivi: introspezione, viaggi e autobiografia
Negli anni seguenti Guccini ha esplorato temi più intimi e autobiografici, con canzoni come Vedi cara (1970, dall’album “Due anni dopo”), dedicata alla sua futura prima moglie Roberta Baccillieri e registrata solo con voce e chitarra acustica, e Eskimo (1978, dall’album “Amerigo”), che richiama la differenza di classe tra i due giovani attraverso l’immagine del paltò e dell’eskimo.
L’album Guccini del 1983, undicesimo lavoro in studio, contiene invece Autogrill, canzone che inscrive il tema del viaggio e la sua inutilità come mezzo di conoscenza in un linguaggio poetico influenzato da Jorge Luis Borges; negli anni ottanta e novanta si collocano anche brani privati come Culodritto, dedicata alla figlia Teresa e tratta dall’album “Signora Bovary” del 1987, che richiama il dialetto modenese per caratterizzare la bambina.
Reazioni, polemiche e pezzi di rottura di Francesco Guccini
Tra i brani che hanno accompagnato polemiche e reazioni del pubblico si segnala L’avvelenata, contenuta in “Via Paolo Fabbri, 43” del 1976, nata come sfogo dopo una stroncatura rivolta all’album precedente “Stanze di vita quotidiana”; nel testo è citato il critico Riccardo Bertoncelli, con cui Guccini si chiarì successivamente, e la canzone fu incisa solo dopo che il pubblico la reclamò a lungo durante i concerti.
Il percorso si chiude idealmente con il commiato più recente alla musica, la canzone “Natale a Pàvana” incisa nel 2019, che richiama lo sguardo letterario e raccolto con cui Guccini ha spesso chiuso le sue stagioni artistiche, testimoniando una carriera che ha attraversato decenni di storia sociale e musicale.
