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Un uomo si è dato fuoco per protesta davanti alla sede dell’ONU a New York, le motivazioni

Lobga Rangzen, autista Uber di 52 anni, si è autoimmolato davanti all'ONU a New York. Il gesto, trasmesso su Facebook, denuncia il controllo cinese sul Tibet e chiede l'indipendenza

3 Luglio 2026
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ONU 3 luglio 2026 alanews.webp

Yann Forget — CC BY-SA 3.0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=138661)

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

Lobga Rangzen, 52 anni, si è dato fuoco nella serata del 2 luglio davanti alla sede dell’ONU a New York, dopo aver piantato una bandiera tibetana su una transenna e aver avviato una diretta su Facebook per trasmettere il gesto. A identificarlo è stato Voice of Tibet, testata della comunità tibetana in esilio, che ha ricondotto l’azione alla protesta contro il controllo cinese sul Tibet e alla richiesta di indipendenza. Secondo i resoconti locali, prima del gesto l’uomo avrebbe lasciato alcuni effetti personali su un monumento vicino.

L’atto estremo trasmesso su Facebook

È stata la comunità tibetana in esilio, attraverso il sito Voice of Tibet, a diffondere il nome dell’uomo. Secondo quel resoconto, Rangzen lavorava come autista per Uber; un collega, Lobsang Paljor, lo ha descritto come “furioso per le restrizioni imposte dal governo cinese ai suoi connazionali”. Stando ai cronisti locali, l’uomo sarebbe arrivato sul posto intorno alle 18:30 ora locale. La scelta di trasmettere l’azione in diretta si inserisce in una prassi consolidata: negli ultimi anni diverse autoimmolazioni di tibetani sono state filmate e diffuse come forma estrema di protesta politica e culturale.

Cina e il controllo sul Tibet, la motivazione del gesto all’ONU

La vicenda si inserisce in tensioni di lunga data. La Repubblica Popolare Cinese ha annesso il Tibet nel 1951 e nel 1965 ha assegnato alla regione lo status di regione autonoma; Pechino descrive quel passaggio come garanzia di autonomia locale e tutela della libertà religiosa e culturale, mentre oppositori e organizzazioni per i diritti umani denunciano misure di controllo e limitazioni di pratiche culturali e religiose. Mercoledì, in Cina, è entrata in vigore una nuova legge che, secondo il resoconto citato, riduce gli spazi di autonomia per le minoranze etniche.

Il ricorso all’autoimmolazione come atto politico non è nuovo: dal 2009 si contano più di 150 casi di tibetani che si sono dati fuoco, per lo più nel Tibet e nelle province cinesi limitrofe, ma anche in Paesi dove vivono comunità in esilio. Ong e comunità tibetane in esilio inseriscono questi episodi tra le forme estreme di protesta contro ciò che descrivono come repressione culturale e religiosa; la Cina ha ripetutamente respinto tali accuse, sostenendo invece di aver portato sviluppo economico e modernizzazione nelle regioni tibetane.

Dall’esilio del 1959 all’ONU: il valore politico del luogo

L’atto compiuto davanti alla sede delle Nazioni Unite assume un valore politico e simbolico all’interno del dossier tibetano: la figura del Dalai Lama, l’esilio del 1959 e la rete di comunità tibetane in India, Nepal e Stati Uniti continuano a essere canali di mobilitazione e informazione al di fuori della Repubblica Popolare Cinese. Nel caso di Rangzen, la scelta del luogo rimanda a un messaggio diretto a una platea internazionale.

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