La cronaca di queste ore spinge di nuovo il Paese a fare i conti con le sue piazze: i ragazzi che scendono in strada, il Governo che risponde inasprendo le norme di sicurezza, i giornali che si inseguono sull’urgenza del momento. Quando lo scontro si fa così acceso, l’impressione è che la narrazione resti schiacciata sulla superficie dei fatti, lasciando ai margini le ragioni profonde del dissenso e il senso delle risposte istituzionali. Per scavare oltre l’immagine e capire cosa si stia muovendo tra le nuove generazioni, abbiamo chiesto un’analisi allo scrittore Erri De Luca (in libreria con Sotto processo).
Erri, le immagini di ieri ci restituiscono una fotografia molto netta delle nostre città: da una parte la presenza di giovani che scendono in piazza per protestare su temi come il futuro e le condizioni di vita, dall’altra momenti di forte tensione e scontri con la polizia. Guardando a quanto accaduto nelle ultime ventiquattr’ore, quali sono le dinamiche sociali che emergono?
Sono un osservatore esterno. Vedo movimenti antagonisti autoconvocati senza rapporto con partiti politici. Una volta si chiamavano extraparlamentari. Allo stato nascente contengono tutte le spinte e gli spunti, dai pacifisti agli aggressivi che credono necessari gli urti e i danni per farsi ascoltare. Se ripetuti però fanno sentire più il chiasso dei frantumi che le parole e le ragioni delle mobilitazioni. Dunque mi sembra che le ultime manifestazioni si accorgano che le azioni di forza, se non condivise dalla maggioranza, producono divisioni e isolamento.
Al di là della cronaca immediata e delle immagini di piazza, come interpreta la natura di questa mobilitazione? Chi sono questi ragazzi e a quale fenomeno sociale o culturale stiamo assistendo in questo momento?
Sono minorenni alla scoperta della loro forza d’urto e di critica. Scendere dal marciapiedi per occupare in massa il centro della carreggiata esprimendo un pensiero collettivo è un atto che fonda l’iscrizione al proprio tempo. Si passa da individuo a istanza politica. Resto a osservare gli sviluppi.
Di fronte alle tensioni emerse durante le manifestazioni, si discute dell’introduzione del nuovo Decreto Sicurezza. Che tipo di impatto o di segnale pensa che producano misure di questo tipo nel rapporto tra le istituzioni e le giovani generazioni?
Non sono risposte, sono reazioni di cane che ringhia per la coda pestata. Non sono misure deterrenti. Servono a far vedere che il governo si mette l’elmetto.
Lei ha vissuto in prima persona le stagioni di protesta a e oggi osserva i giovani che scendono in strada
Noi abbiamo occupato le strade d’Italia per il decennio ‘70. Eravamo i figli della natalità impetuosa del dopoguerra, una quantità di massa critica capace di avviare la reazione a catena delle lotte sociali. Eravamo in un’epoca semplificata da due blocchi antagonisti, USA e URSS che si davano battaglia fredda e calda su scala di mondo. Impossibile comparare i noi di allora con i movimenti successivi, questo incluso.
Erri, lei ha sempre trattato la parola come materia viva. Guardando al racconto che i giornali e le televisioni stanno facendo di questa stagione di mobilitazioni, che tipo di narrazione vede emergere?
Più chiasso che lavoro sul campo, più strillo che cronaca, il giornalismo ha bisogno d’inchiesta, d’inviato speciale, non di servizi volanti, scippa l’immagine e fuggi.
Guardando alla strada che questi giovani hanno davanti e alla società che li circonda, qual è l’auspicio con cui si sente di concludere questa riflessione?
Davanti a loro c’è l’ostacolo della repressione che può scoraggiarli e scioglierli o trasformarli in militanti come accadde a noi. Davanti a loro devono esserci le assemblee di massa e le riunioni che durano fino all’alba, non messaggi sui circuiti degli schermi illuminati. La strada, le manifestazioni sono i canali sociali.
