Alan Greenspan, una delle figure più influenti della storia economica americana contemporanea, è morto a 100 anni. A confermare il decesso è stata la moglie Andrea Mitchell, storica corrispondente di NBC News, spiegando che l’ex presidente della Federal Reserve è morto nella sua abitazione per complicazioni legate al morbo di Parkinson.
Greenspan è stato per quasi vent’anni il volto della banca centrale statunitense. Nominato per la prima volta da Ronald Reagan, rimase alla guida della Fed dal 1987 al 2006, attraversando quattro presidenze: Reagan, George H.W. Bush, Bill Clinton e George W. Bush. Un arco di tempo lunghissimo, in cui la politica monetaria americana ebbe un peso decisivo non solo sull’economia degli Stati Uniti, ma anche sugli equilibri finanziari globali.
Dal jazz all’economia, l’ascesa del “maestro” Alan Greenspan della Fed
Nato a New York il 6 marzo 1926, Greenspan mostrò fin da giovane una forte inclinazione per la matematica. Prima di dedicarsi pienamente all’economia, coltivò anche una passione per la musica: studiò alla Juilliard School e suonò jazz, soprattutto sassofono e clarinetto. La formazione economica arrivò poi alla New York University, dove conseguì laurea, master e dottorato.
La sua carriera pubblica iniziò molto prima della Fed. Negli anni Settanta fu presidente del Council of Economic Advisers durante l’amministrazione di Gerald Ford, per poi tornare alla consulenza privata. Il passaggio decisivo arrivò nel 1987, quando Reagan lo nominò presidente della Federal Reserve. Pochi mesi dopo, Greenspan si trovò subito davanti a una prova durissima: il crollo di Wall Street del cosiddetto “Black Monday”. La sua risposta, orientata a garantire liquidità ai mercati, contribuì a costruire la reputazione di banchiere centrale capace di intervenire nei momenti di maggiore instabilità.
Gli anni del boom e la formula dell’“irrazionale esuberanza”
Gli anni Novanta furono il periodo della consacrazione. Sotto la sua guida, gli Stati Uniti attraversarono una delle fasi di espansione economica più lunghe della loro storia recente, accompagnata dalla globalizzazione, dalla crescita della produttività e dall’ascesa di Internet. Greenspan divenne una figura quasi popolare, insolita per un banchiere centrale: i media americani lo soprannominarono “the maestro”, il maestro.
A renderlo celebre fu anche una formula entrata nel lessico economico internazionale: “irrational exuberance”, irrazionale esuberanza. La usò nel 1996 per indicare il rischio che i mercati azionari fossero spinti da aspettative eccessive. Quell’espressione sarebbe poi stata letta come una premonizione delle bolle speculative che avrebbero segnato gli anni successivi, dalla crisi delle dot-com fino al mercato immobiliare.
Alan Greenspan, un’eredità divisa tra prestigio e critiche dopo il 2008
La figura di Greenspan resta però controversa. Se da un lato gli viene riconosciuto un ruolo centrale nella stabilità economica degli anni Novanta, dall’altro molti critici gli hanno attribuito responsabilità indirette nella formazione delle condizioni che portarono alla crisi finanziaria globale del 2007-2009. Al centro delle contestazioni ci furono soprattutto la fiducia nell’autoregolazione dei mercati, il sostegno alla deregolamentazione finanziaria e la difficoltà nel riconoscere per tempo i rischi legati alla bolla immobiliare e ai mutui subprime.
Nel 2008, davanti al Congresso, Greenspan ammise che la crisi si era rivelata più ampia di quanto avesse immaginato, definendola uno “tsunami del credito” di portata eccezionale. Fu uno dei passaggi più delicati della sua parabola pubblica: l’uomo che per anni era stato visto come garante degli equilibri economici americani si trovò costretto a fare i conti con i limiti di un modello fondato sulla fiducia nei mercati.
Dopo l’uscita dalla Fed, nel gennaio 2006, Greenspan fondò una società di consulenza a Washington e pubblicò diversi libri, tra cui il memoir “The Age of Turbulence”. La sua morte chiude la vicenda di un protagonista assoluto della finanza mondiale: un economista capace di attraversare epoche politiche diverse, celebrato e contestato, ma comunque centrale nel racconto del capitalismo americano tra fine Novecento e inizio Duemila.
