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Stretto di Hormuz, la strategia iraniana: mine, minisottomarini e missili

Circa il 31% del greggio mondiale passa dal passaggio strategico: tra attacchi, minacce di mine e tensioni militari cresce il rischio per il commercio energetico globale

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Stretto di Hormuz, nave thailandese centrata da missili iraniani

Stretto di Hormuz, nave thailandese centrata da missili iraniani | ANSA

Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Il conflitto nel Golfo Persico ha avuto come effetto quasi immediato il blocco della maggior parte del traffico di idrocarburi via nave attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei più importanti “colli di bottiglia” del commercio energetico mondiale. Circa il 31% del petrolio greggio e dei condensati globali attraversa questa stretta via marittima, e la grande maggioranza di questo flusso – circa l’84% – è destinata ai mercati asiatici. Lo scorso anno Cina, India, Giappone e Corea del Sud hanno assorbito complessivamente il 70% di tutto il petrolio transitato nello Stretto.

Le Guardie della Rivoluzione iraniane, i cosiddetti pasdaran, hanno effettivamente compiuto alcuni attacchi contro le poche petroliere che hanno tentato di attraversare Hormuz. Tuttavia non è stato imposto un vero blocco navale totale: Teheran ha preferito limitarsi a azioni sporadiche, accompagnate da forti minacce di colpire il traffico commerciale e provocare una possibile “strage di petroliere”.

La strategia iraniana: mine navali nello Stretto di Hormuz

Lo Stretto di Hormuz, nel suo punto più stretto tra l’isola iraniana di Qeshm e la penisola omanita di Musandam, misura appena circa 35 chilometri di larghezza. Nel corso della loro quasi cinquantennale storia, i pasdaran hanno sviluppato diverse tattiche per attaccare il naviglio mercantile e militare in transito, con l’obiettivo di bloccarlo di fatto.

Oggi l’Iran ha minacciato esplicitamente di minare lo Stretto. Una simile operazione obbligherebbe le forze navali statunitensi a intraprendere complesse e pericolose missioni di sminamento e scorta per mantenere aperta la rotta marittima, esponendo le navi al rischio di attacchi con droni e missili da crociera.

Teheran potrebbe posare mine utilizzando non solo le sue unità navali posamine – alcune di dimensioni ridotte – ma anche sistemi terrestri. Nel gennaio 2025 i pasdaran hanno mostrato immagini del sistema MLRS Fajr-5 mentre depositava mine navali durante un’esercitazione. Si tratta di un lanciarazzi multiplo montato su camion con quattro vettori, altamente mobile e rapidamente dispiegabile su diversi terreni, con una gittata compresa tra gli 80 e i 100 chilometri a seconda delle varianti.

Le capacità militari iraniane e la risposta occidentale

La mobilità del sistema Fajr-5 lo rende particolarmente adatto alla guerra asimmetrica e permetterebbe all’Iran di minare ampie aree dello Stretto di Hormuz riducendo l’esposizione delle proprie unità navali. Secondo stime basate su fonti OSINT, l’arsenale iraniano comprenderebbe tra 5.000 e 6.000 mine navali, incluse mine di fondo e mine di influenza, particolarmente difficili e lente da rimuovere.

In realtà, l’Iran non avrebbe bisogno di creare un campo minato perfetto: basterebbe il sospetto della presenza di mine per paralizzare il traffico commerciale e costringere la U.S. Navy a una lunga campagna di sminamento, condotta sotto la minaccia di missili, droni, minisottomarini e attacchi di piccole imbarcazioni veloci.

Tra i mezzi disponibili a Teheran figurano anche i minisottomarini della classe Ghadir, dei quali si ritiene possieda circa una ventina dopo che almeno uno è stato distrutto in attacchi statunitensi. A questi si aggiungono piccole unità navali pesantemente armate, alcune grandi quanto un motoscafo e dotate di razzi o missili da crociera, che possono essere trasportate persino da elicotteri tramite gancio baricentrico.

L’Iran dispone inoltre di missili da crociera antinave basati a terra appartenenti alle famiglie Noor e Qader, derivati da vettori cinesi degli anni Ottanta, e potrebbe anche utilizzare lanciarazzi non guidati come i BM-21 “Grad” di origine sovietica per colpire le grandi e lente petroliere in transito.

Tuttavia Teheran non controlla pienamente il proprio spazio aereo. Stati Uniti e Israele mantengono un significativo vantaggio nella sorveglianza e nella ricognizione grazie a droni ISR che possono operare quasi indisturbati ad alta quota, soprattutto dopo la distruzione o la neutralizzazione di diversi sistemi di difesa aerea iraniani, inclusi alcuni di produzione cinese.

In caso di escalation, la risposta statunitense verrebbe affidata ai gruppi aeronavali delle portaerei presenti nella regione e agli aerei in pattugliamento CAP (Combat Air Patrol), capaci di intervenire sugli obiettivi nel giro di pochi minuti. Ma nemmeno questa superiorità tecnologica garantirebbe la piena sicurezza del passaggio attraverso Hormuz: se l’Iran decidesse davvero di minare lo Stretto e attaccare il naviglio in transito, le operazioni aeronavali occidentali diventerebbero molto più complesse e logoranti.

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