L’influenza dei social sul caso Garlasco finisce nel mirino di Gianluigi Nuzzi. Nell’intervista al Corriere della Sera il giornalista ha denunciato: “Siamo vittime di una manipolazione senza precedenti nell’informazione. Oggi, con i social, ci sono personaggi che si improvvisano giudici, magistrati, investigatori”. Tra la critica alla tv che “fa il processo ai processi” e l’invito a farsi “le domande vere”, Nuzzi ha parlato di “un Alzheimer collettivo che rende antistorico anche quel processo che una volta si chiamava ‘riconciliazione’”.
Volto di Quarto Grado e di “Dentro la notizia” su Canale 5, Nuzzi lega il boom di contenuti virali alla distorsione del dibattito pubblico su Garlasco e propone una misura netta: “Un Daspo per social”. Il bersaglio, spiega, non sono le opinioni, ma chi usa i palchi digitali per spacciare ricostruzioni come verità giudiziarie.
Le accuse di Gianluigi Nuzzi sui social e il ‘daspo per social’
Il conduttore prende come esempio un attacco ricevuto su YouTube che, dice, ha superato il limite. “C’è un tizio che ha fatto un video su YouTube dicendo che io sono il responsabile della morte della moglie del procuratore capo di Pavia”, racconta. “Ora, al di là dell’assurdità della cosa per la quale è in atto un percorso giudiziario, ma ci rendiamo conto che ogni giorno spuntano personaggi capaci di galvanizzare l’opinione pubblica con delle bugie sparate grosse per avere più click?”. La proposta del “Daspo” nasce da qui: limitare la visibilità digitale a chi diffonde accuse infondate come fossero accertamenti.
Per Nuzzi la deviazione non riguarda solo i social: l’idea di una “tv che fa il processo ai processi” rischia di scavalcare le aule giudiziarie. Il giornalista avverte che la fiducia nella verifica dei fatti si sta erodendo e che troppo spesso si dimenticano i passaggi essenziali del metodo: domande, riscontri, attribuzioni. L’esempio che richiama è largo, dai grandi snodi della storia recente — dal ritrovamento del cadavere di Aldo Moro all’uccisione del generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, fino agli attentati che costarono la vita ai giudici Giovanni Falcone e Paolo Borsellino — per ribadire che senza “le domande vere” si smarrisce la memoria collettiva.
Garlasco, ricostruzioni estreme e ruolo di Marco Poggi
Secondo Nuzzi, sui social sono circolate ricostruzioni e ipotesi “surreali” sul caso e sul ruolo di Marco Poggi, con attacchi che definisce “una cosa assurda”. A supporto porta un incontro sul campo: “Con l’inviata Martina Maltagliati abbiamo conosciuto una persona provata dal dolore come tutta la sua famiglia. Ma capisce che c’è qualcuno che dice che Chiara è stata uccisa dal fratello d’accordo con la madre?”. Il quadro, sostiene, mostra quanto facilmente online una tesi prenda forma senza basi documentali.
L’eco digitale si mescola alla popolarità televisiva. “Tanta gente mi avvicina chiedendomi gli sviluppi dell’ultima puntata”, ammette Nuzzi, aggiungendo un aneddoto: “Pure il mio amico Gabriele Albertini, del quale ho immensa stima, una volta parlando tirò fuori le logge massoniche su Garlasco”. L’osservazione è che il caso, alimentato da ondate di attenzione, attrae congetture sempre nuove, mentre l’inchiesta mediatica — ricorda il conduttore — deve restare ancorata ad atti, testimonianze e sentenze.
Dalle inchieste vaticane ai rischi sul campo
Il giornalista allarga l’orizzonte ai “venditori di fumo” che inseguono i casi di nera. “Ne cito uno solo. Mentre facevo le mie indagini sul Vaticano, conobbi un tizio che avvicinava noi cronisti come un vu cumprà delle indiscrezioni, così a caso. ‘Te serve qualcosa su Orlandi? Sulla Uno Bianca?’”. In quel periodo prende forma uno dei suoi successi editoriali: Vaticano Spa. “Mi disse che due esecutori testamentari di un tizio avevano tra le mani delle carte interessanti. Andai a vedere e scoprii che questo tizio era una specie di Mister Wolf di Pulp Fiction e che in quelle carte c’erano intrecci sorprendenti tra il Vaticano e grandi interessi economici”.
La cronaca, per Gianluigi Nuzzi, non è soltanto studio di atti ma anche presenza fisica sui luoghi. Dalla guerra civile in Albania negli anni ’90 ricorda un episodio limite: “Ero nell’auto con uno 007 italiano, quando, dal finestrino, un bambino si affacciò e mi puntò una pistola in bocca. Rimasi immobile. Ci allontanammo piano. ‘Forse era scarica’, disse il mio compagno di vettura. ‘Forse no’, pensai. Tremando”. Un’altra volta, lavorando su un’inchiesta sulla ’ndrangheta, teme le conseguenze a ogni scalo: “Avevo così paura da temere di scendere dagli aerei attraverso i finger: immaginavo, dall’altra parte, agenti pronti ad arrestarmi”.
Tra il richiamo alla responsabilità informativa e il racconto di una carriera trascorsa tra tv, libri e frontiere difficili, Nuzzi riporta il dibattito su un terreno concreto: verifiche, limiti, distinzione netta tra analisi e sentenza. Intanto continua a seguire il caso Garlasco in “Dentro la notizia” su Canale 5 e a Quarto Grado, mentre per l’accusa ricevuta su YouTube ha avviato un’azione legale: il procedimento è in corso.
