In Russia cresce il malcontento per il mancato utilizzo dell’atomica: così ha detto Guido Crosetto a Roma, durante la presentazione del libro “Difendere la libertà. L’ora dell’Europa” di Carlo Calenda. La guerra in Ucraina non è solo un conflitto sul terreno, ma un intreccio fitto di tensioni politiche e strategie segrete. Nel ristretto cerchio che orbita intorno a Putin, molti spingono per una linea più dura, persino per l’uso delle armi nucleari. Una frattura interna che svela quanto la crisi sia molto più complessa e pericolosa di quanto si immagini.
Crosetto sulla situazione in Russia
Crosetto non ha usato mezzi termini: la leadership russa è tutt’altro che compatta. “Putin è una minoranza nella sua stessa maggioranza”, ha detto, spiegando che dietro le quinte si muovono correnti contrarie alla sua cautela, con molti che gli rimproverano di non aver ancora fatto ricorso alle armi nucleari. Questa spaccatura interna rivela un clima di forte pressione e un gioco di poteri che potrebbe avere conseguenze pesanti.
La guerra, inoltre, si è rivelata tutt’altro che veloce come la Russia pensava all’inizio. “Pensavano di chiudere tutto in dieci giorni, invece si sono infilati in un pantano”, ha aggiunto Crosetto, evidenziando un errore strategico che pesa ancora oggi. Le tensioni tra chi spinge per l’escalation e chi invece frena raccontano di una leadership divisa e di un rischio nucleare che resta concreto.
Deterrenza vera, non solo parole: il richiamo di Crosetto
Sul fronte della deterrenza nucleare, Crosetto ha preso spunto da Emmanuel Macron per sottolineare l’importanza della credibilità. “La deterrenza non si basa su parole, ma sulla capacità di mostrare la forza se serve”, ha ricordato. In altre parole, non basta minacciare: bisogna poter dimostrare che si è pronti davvero.
Ha citato anche la “strategia dell’istrice”, quel modo di farsi rispettare più per la capacità di pungere che per la forza bruta. Un concetto che però, ha spiegato, fatica a fermare leader come Putin, che non si fanno intimidire da segnali simbolici o dichiarazioni di intenti. Dietro la facciata di potere, insomma, si nasconde una certa fragilità, e la forza deve essere reale per contare davvero.
Sicurezza globale e pragmatismo: il ruolo dell’Onu e la strada della coalizione
Crosetto ha poi affrontato il tema delicato dell’intervento internazionale nelle crisi, con uno sguardo allo stretto di Hormuz. “Ho sempre detto che sarebbe meglio agire con un mandato Onu, ma sappiamo che basta un solo veto per bloccare tutto”, ha spiegato. La realtà, ha aggiunto, spesso impone soluzioni più concrete.
Per questo, nel caso di emergenze strategiche come quella dello stretto di Hormuz, potrebbe essere necessario un intervento senza il via libera formale dell’Onu, ma con una vasta coalizione internazionale — tra 30 e 50 paesi — pronta a fare squadra. Una scelta pragmatica, che mette la sicurezza davanti alla burocrazia.
Difesa Europea: il ministro spinge per un salto di qualità
Sul fronte europeo, Crosetto non ha nascosto le difficoltà di costruire una difesa comune. “Siamo ancora lontani, i trattati Ue non prevedono la difesa come un elemento base”, ha detto con franchezza. La difesa resta in mano ai singoli Stati, con tutti i limiti che questo comporta.
Per rompere questo stallo, ha inviato una lettera ai colleghi europei, coinvolgendo anche paesi fuori dall’Unione come Svizzera, Norvegia, Gran Bretagna, Ucraina, i Balcani e la Turchia. L’obiettivo è mettere insieme un gruppo solido per lavorare su meccanismi comuni, almeno sul piano industriale e logistico. Un passo necessario in un’Europa che si trova sempre più sotto pressione da minacce globali e che deve fare squadra.
Il prezzo della guerra: Crosetto svela numeri agghiaccianti
Non poteva mancare il tema più doloroso: le perdite sul campo. Crosetto ha parlato chiaro, senza giri di parole. “I russi mostrano totale indifferenza per i morti”, ha detto, ricordando che in un solo mese sono caduti 35mila soldati. Ogni chilometro quadrato riconquistato in Ucraina costa alle forze russe tra 200 e 250 vite.
E il conto non finisce qui: secondo il ministro, per raggiungere gli obiettivi ancora in sospeso servirebbero altri 2,3 milioni di morti e almeno un decennio di combattimenti. Numeri che raccontano una guerra lunga e sanguinosa, un conflitto di logoramento senza una fine vicina all’orizzonte. Una fotografia cruda che mette in luce il prezzo altissimo pagato dalla guerra, in vite umane.






