I giudici delle Sezioni Unite Civili della Cassazione si sono riservati di decidere sul possibile arresto dell’area a caldo dell’ex Ilva di Taranto, dopo l’udienza di stamattina. La decisione verrà notificata alle parti.
Al centro del giudizio c’è il decreto del 27 luglio con cui la Corte d’Appello di Milano ha ordinato di fermare altiforni, acciaierie e impianti connessi perché dannosi per la salute. Il termine fissato è di 90 giorni, ormai prossimo alla scadenza. Il provvedimento ha modificato in parte quello adottato a febbraio dal Tribunale lombardo.
Le emissioni di polveri sottili PM 2,5 e PM 10 e la presenza di amianto negli altiforni sono i punti sollevati dai giudici d’appello. Il decreto è stato confermato l’11 settembre e il 5 ottobre, con il rigetto delle istanze di sospensiva presentate da Acciaierie e Ilva.
Contro lo stop si è espresso in aula l’avvocato generale della Cassazione Luigi Birritteri. «Quello che manca nel decreto della Corte di Appello di Milano che ha stabilito» l’arresto dell’area a caldo, ha sostenuto, «è il bilanciamento fra tutela della salute e produzione industriale». Per Birritteri, «la pericolosità dell’amianto è indiscussa ma la Corte di Appello di Milano desume il pericolo ma non lo accerta».
Ilva ha presentato un ricorso straordinario a metà agosto; Acciaierie ne ha depositato un secondo a fine agosto. Entrambe chiedono l’annullamento del decreto. I difensori dei cittadini di Taranto in giudizio hanno invece presentato due controricorsi, uno per Ilva e l’altro per Acciaierie, per ottenere la conferma del provvedimento.
L’iniziativa dei cittadini contro Acciaierie, alla quale chiedono di inibire la produzione, è cominciata anni fa al Tribunale di Milano. Su rinvio del tribunale lombardo è arrivata alla Corte di Giustizia europea. Dopo la sentenza dei giudici di Lussemburgo, il procedimento è tornato a Milano ed è approdato in appello con l’impugnazione dell’ordinanza del Tribunale.
Ex Ilva di Taranto, via libera alla legge sulla continuità produttiva
La Camera ha approvato in serata il decreto ex Ilva, già passato al Senato, che è così diventato legge. Il testo contiene misure urgenti per assicurare la continuità operativa degli impianti di interesse strategico nazionale.
Tra gli interventi figura una disciplina speciale sulle garanzie finanziarie individuate dall’autorizzazione unica per gli impianti di smaltimento e recupero dei rifiuti delle imprese in amministrazione straordinaria. In questi casi la durata della garanzia può essere limitata all’anno.
Le richieste per pensionamenti e integrazione salariale
Un incontro al ministero del Lavoro, a Roma, ha affrontato nel pomeriggio le possibili misure per i lavoratori, oltre alla cassa integrazione già prevista per i dipendenti diretti e i terzi nell’ultimo decreto legge approvato dal Governo.
Il coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom, Loris Scarpa, ha definito il confronto «interlocutorio»: «Occorre prevedere strumenti a tutela dei lavoratori dell’ex Ilva, a partire dalle uscite volontarie e dai pensionamenti anticipati, riconoscendo il lavoro usurante e i rischi conseguenti all’esposizione all’amianto e alle sostanze inquinanti».
La richiesta sindacale riguarda anche le aziende dell’indotto. «In merito al decreto approvato riteniamo che invece vada costruito un accordo presso il ministero del Lavoro di gestione degli ammortizzatori sociali anche per quanto riguarda le aziende dell’indotto», ha dichiarato Scarpa. «Riguardo alla cassa integrazione è chiaro che i lavoratori non dovranno mai rimanere scoperti nella fase di transizione e che occorre garantire l’integrazione salariale».
