I fondi per la diagnostica microbiologica rapida in Italia, indicati in 160 milioni di euro dopo la scorsa Finanziaria, non risultano arrivati o utilizzati per la finalità prevista. Lo ha riferito all’Adnkronos Pierangelo Clerici, presidente dell’Amcli, l’Associazione microbiologi clinici italiani, chiedendo risorse vincolate e tempi certi nella prossima legge di Bilancio.
La richiesta riguarda il contrasto all’antibiotico-resistenza, che rende inefficaci i farmaci contro i batteri. Clerici ha richiamato stime secondo cui i decessi associati all’antimicrobico-resistenza potrebbero passare dagli oltre 4,7 milioni del 2021 a più di 39 milioni entro il 2050, quasi decuplicando nell’arco di una trentina d’anni senza interventi. Uno scenario per il quale ha evocato il rischio di una «nuova pandemia».
In Europa si stimano almeno 35mila morti all’anno, circa 12mila dei quali in Italia: uno su tre. I costi annuali sfiorano gli 11,7 miliardi di euro tra Unione europea e Spazio economico europeo; a livello mondiale potrebbero raggiungere i 412 miliardi di dollari entro il 2050.
Le risorse per la diagnostica e il piano nazionale
La scorsa Finanziaria comprendeva l’avvio di programmi per l’accesso territoriale ai test microbiologici rapidi e capaci di ricercare più bersagli contemporaneamente, nel pacchetto per la prevenzione collettiva e la sanità pubblica: complessivamente 485 milioni di euro nel 2026. Secondo Clerici, la quota destinata alla diagnostica avrebbe dovuto raggiungere le Regioni attraverso un decreto attuativo, per essere messa a disposizione di aziende ospedaliere e Asl, soprattutto per attrezzare le Case di comunità.
«Non sappiamo se arriveranno né quando, se sono spalmati nel tempo e su quanti anni», ha dichiarato il presidente dell’Amcli. La richiesta per la Manovra è quindi di specificare l’importo, il vincolo di destinazione e la data dell’effettiva erogazione. Anche il nuovo Piano nazionale di contrasto all’antibiotico-resistenza 2027-2031, il Pncar, è ancora in discussione, benché dovrebbe partire l’anno prossimo.
I test prima della prescrizione, salvo le urgenze
Le indagini microbiologiche servono a verificare se un’infezione sia batterica, identificarne il responsabile e stabilire quali antibiotici siano efficaci. Clerici ne ha sostenuto la diffusione al congresso «Il futuro della medicina interna: tra complessità, nuove tecnologie, intelligenza artificiale ed umanizzazione», chiedendo anche un uso più consapevole dei farmaci.
Il confronto proposto è con le indagini svolte prima di curare patologie come il diabete o l’artrite reumatoide. Per gli antibiotici, invece, secondo Clerici queste verifiche non avvengono di prassi: in caso di sospetta faringite si prescrive spesso il farmaco senza un tampone faringeo. Restano escluse le urgenze: se si sospetta una meningite in atto, ha precisato, l’antibiotico va somministrato subito.
Gli strumenti per i test vicino al paziente, indicati con la sigla Poct, possono fornire risposte da un prelievo microbiologico in 45 minuti, un’ora o al massimo un’ora e mezza. Il modello proposto li colloca nelle Case di comunità e nei poliambulatori decentrati, non nelle farmacie. Acquisto, formazione, controlli di qualità e valutazione degli esiti sarebbero affidati all’Asl attraverso il laboratorio ospedaliero di microbiologia. Per Clerici questo sistema ridurrebbe le resistenze circolanti.
La pressione dell’ambiente sui batteri
Il contrasto alla trasmissione tra persone e tra animali e persone, secondo Clerici, deve affiancarsi a un approccio integrato che comprenda l’ambiente. Il presidente dell’Amcli ha indicato il cambiamento climatico e l’inquinamento atmosferico come fattori che aumentano l’antimicrobico-resistenza.
Clerici ha richiamato studi secondo cui ogni aumento di 1°C causa un incremento di circa il 4% della resistenza di alcuni batteri. Considerando il superamento della soglia di +1,5°C rispetto al periodo preindustriale negli ultimi 10 anni, ha stimato un aumento globale delle resistenze del 6% nel decennio, con punte probabilmente superiori in alcune aree.
Una ricerca pubblicata di recente su Nature Microbiology, citata da Clerici, riguarda inoltre la desertificazione: l’acqua si riduce e si concentra in piccole raccolte, dove i batteri proliferano esposti agli antibiotici naturali prodotti dal suolo, crescendo già resistenti.
L’uso scorretto dei farmaci e gli alimenti
Alcuni batteri sono naturalmente resistenti a specifici antibiotici; altri lo diventano attraverso mutazioni del Dna. Gli esperti dell’Istituto Mario Negri sottolineano che l’uso eccessivo o inappropriato dei farmaci favorisce l’adattamento dei batteri: assumerli quando non servono o interromperli troppo presto può renderli meno efficaci in seguito.
Carne, latte, uova, pollame, pesce e prodotti vegetali possono contenere batteri resistenti, soprattutto dove gli antibiotici vengono usati intensivamente negli allevamenti e in agricoltura. I residui possono accumularsi nei cibi e la contaminazione batterica può avvenire durante la lavorazione.
Per i vegetali contano anche l’irrigazione con acqua contaminata e il letame contenente residui di antibiotici. Le insalate e le verdure a foglia, che richiedono molta acqua, sono particolarmente vulnerabili: il consumo a crudo impedisce l’eliminazione dei patogeni resistenti che potrebbe avvenire con la cottura.
