Alessandro Di Battista ha raccontato pubblicamente di avere un tumore durante un intervento a DiMartedì, mettendo al centro le cure e un atteggiamento positivo. “Io non sono uno di quelli che dice “ce la farò””, ha spiegato l’ex deputato. “Io devo fare le cure e avere un atteggiamento positivo”. Le sue parole hanno riaperto una discussione che attraversa da tempo l’oncologia e soprattutto la psico-oncologia: quella sull’immagine del malato come guerriero.
Le prime reazioni all’intervista sembrano andare nella direzione indicata da Di Battista: il cancro non è necessariamente una guerra e chi si ammala non deve sentirsi obbligato a interpretare il ruolo di chi combatte.
Il rischio di imporre ai pazienti la metafora del guerriero
Il problema riguarda anzitutto le responsabilità che il linguaggio può attribuire a una persona malata. Se il tumore viene rappresentato come una battaglia, chi vede progredire la malattia rischia di apparire come qualcuno che ha perso o non ha combattuto abbastanza. È il costo psicologico descritto su Fanpage da Damiano Rizzi, psicologo clinico, psicoterapeuta e psico-oncologo, nel suo intervento sul rifiuto della retorica del guerriero espresso dall’ex deputato.
A questa lettura può aggiungersi la pressione a mostrarsi sempre forti e positivi. Rizzi la definisce la “tirannia del pensiero positivo”: un’aspettativa che accompagna il racconto della malattia e può pesare su chi sta affrontando le cure.
La parola guerriero, però, non deve essere bandita. Per alcuni pazienti riconoscersi in quell’immagine può rappresentare una risorsa, sottolinea Rizzi, e anche questa scelta merita rispetto. La distinzione è tra una definizione scelta dalla persona e un modello imposto a tutti: rifiutare un obbligo non significa negare ad altri la possibilità di trovare forza nella stessa metafora.
La discussione in oncologia e il ruolo delle cure
Il confronto precede l’intervista di Di Battista. Paolo Veronesi, presidente della Fondazione Umberto Veronesi e direttore della Divisione di Senologia Chirurgica dello IEO, aveva recentemente definito ormai superata la metafora bellica della “lotta al cancro”, osservando che molti pazienti non si riconoscono più nell’immagine del guerriero.
La stessa Fondazione ha dedicato un approfondimento alle metafore militari nella comunicazione oncologica. Le parole nemico, battaglia e vittoria possono aiutare alcune persone a dare un significato al percorso affrontato. Su altre possono avere l’effetto contrario, caricandole di aspettative e responsabilità che non dipendono dalla loro volontà.
Il rischio riguarda anche il modo in cui il paziente interpreta le proprie emozioni. Anna Costantini, già presidente della Società Italiana di Psico-Oncologia, ha spiegato negli anni che la metafora può ritorcersi contro chi arriva a pensare che sentirsi depresso, stanco o spaventato influenzi la malattia. L’evoluzione del tumore non dipende dalla capacità di mostrarsi combattivi.
La divulgatrice scientifica e medico Roberta Villa, commentando direttamente su Domani le parole dell’ex deputato, ha sottolineato il cambiamento culturale in corso. Un tumore può progredire per la sua aggressività, una diagnosi tardiva, le caratteristiche biologiche e genetiche o perché le terapie non riescono a controllarlo: non perché il paziente abbia lottato troppo poco.
Il passaggio dal combattere al curarsi restituisce centralità a medici, ricerca e terapie, senza richiedere a tutti lo stesso modo di raccontare la malattia. Di Battista ha assegnato ai medici un compito preciso: “Quelli che non devono mollare sono i dottori“.
