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Inchiesta CPR, Nicola Cosso: “Nessun illecito, quei luoghi fanno ammalare”

Durante una conferenza stampa a Milano, il medico ha respinto l'accusa di aver promosso un'organizzazione finalizzata agli illeciti: "Non abbiamo fatto partire un'associazione che istigava i medici a fare dei certificati falsi"

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Close-up image of an IV drip and hand in a hospital room, illustrating medical care.

Foto di RDNE Stock project su Pexels

Redazione di Redazione

Nicola Cocco è indagato per associazione per delinquere nell’inchiesta della Procura di Ravenna sui presunti certificati falsi per evitare il trasferimento dei migranti nei Centri di permanenza per i rimpatri (Cpr). Durante una conferenza stampa a Milano, il medico ha respinto l’accusa di aver promosso un’organizzazione finalizzata agli illeciti: «Non abbiamo fatto partire un’associazione che istigava i medici a fare dei certificati falsi».

La finalità della campagna, nella posizione espressa da Cocco, era portare all’attenzione pubblica gli effetti di quei luoghi sulla salute. «Noi abbiamo costruito una campagna che ha portato a discutere in questo Paese della patogenicità di questi luoghi, dei luoghi dove le persone migranti soffrono, subiscono violenze e muoiono», ha affermato. Un’attività che il medico ha definito «volta ad alimentare un dibattito pubblico e una presa di posizione per i medici, di certo non a commettere degli illeciti».

Gli incontri pubblici e l’indipendenza professionale

Gli strumenti utilizzati dalla campagna comprendevano incontri, interventi nei convegni e nei congressi, oltre alla pubblicazione di articoli. Cocco ne ha rivendicato il carattere aperto: «Ha sempre operato sotto la luce del sole, con incontri pubblici, con la partecipazione a convegni, a congressi, con la pubblicazione di articoli». Quanto al lavoro svolto sul rapporto tra detenzione e salute, il medico ha precisato: «Quello che abbiamo fatto è stato fornire le evidenze di questa patogenicità e definire i criteri, i dilemmi deontologici che gli stessi medici ci hanno posto».

L’autonomia professionale è anche il punto richiamato da Filippo Anelli, presidente della Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e degli odontoiatri, la Fnomceo. Interpellato dall’ANSA sull’indagine relativa ai presunti falsi certificati per impedire il trattenimento di cittadini stranieri irregolari, Anelli non è entrato nel merito degli accertamenti. Il principio indicato è che «l’autonomia e l’indipendenza della professione medica vanno difese a tutela della salute dei pazienti». A questo ha accompagnato una richiesta di «prudenza» nei confronti di «un lavoro delicato, come è quello del medico».

I traumi dei pazienti e le responsabilità deontologiche

Le condizioni delle persone trattenute nei centri sono al centro delle considerazioni di Anelli. Il presidente degli Ordini ha descritto una situazione difficile, con persone arrivate su gommoni e barche, che hanno visto morire persone vicine e vissuto traumi nei centri di detenzione e di raccolta in Libia, prima di affrontare il dramma di essere nuovamente rinchiuse.

Il compito sanitario resta distinto da quello della sicurezza. È questa l’altra «anomalia» indicata da Anelli: «I medici non sono gli assistenti della sicurezza: hanno il dovere di curare tutti. Il medico non guarda mai chi ha di fronte se non la persona, e come tale ne rispetta la dignità. Se dovesse trattarsi di criminali, ci sarebbero altri strumenti per intervenire».

Quanto alle responsabilità individuali, Anelli ha precisato che «se un medico ha scritto il falso, questa è una violazione del codice deontologico e sarà sanzionato», giudicando però strano «che si possano avere dubbi che medici, al di fuori del loro lavoro, possano discutere della situazione nei centri di rimpatrio». Il suo richiamo alla tutela della salute riguarda anche il giudizio sulla vicenda: «Al di là dei fatti specifici, dovremmo essere tutti molto prudenti: la salute è uno degli aspetti che tocca la carne delle persone sotto l’aspetto della tutela».

Aggiornato alle 16:23

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