Si chiude un altro capitolo della lunga storia giudiziaria di Fabrizio Corona. L’ex agente fotografico ha definito con un patteggiamento il procedimento per bancarotta legato al fallimento della Fenice srl: dieci mesi di reclusione, conteggiati in continuazione con una precedente condanna per il crac di un’altra sua società, sono stati convertiti in una pena pecuniaria da 90mila euro. Il patteggiamento era già stato accolto dal Tribunale di Milano lo scorso luglio.
La novità arrivata il 15 settembre riguarda invece Gabriella Privitera, madre di Corona, coinvolta nello stesso procedimento: è stata assolta con la formula “il fatto non costituisce reato”. Il pubblico ministero Luigi Luzi aveva già chiesto l’assoluzione, ritenendo che la donna fosse inconsapevole del proprio ruolo nella società del figlio.
L’accusa e gli 1,1 milioni per la casa di Milano
Al centro del procedimento c’è la Fenice srl e, in particolare, la vecchia abitazione milanese di Corona in via De Cristoforis, a pochi passi da corso Como.
Secondo le indagini della Procura, Corona avrebbe agito come amministratore di fatto della società e avrebbe sottratto dal suo patrimonio circa 1,1 milioni di euro, provocando un danno patrimoniale ritenuto di rilevante gravità. La somma sarebbe stata utilizzata nel marzo del 2008, senza una delibera o una successiva ratifica societaria, per pagare parte dell’appartamento.
Sempre secondo l’ipotesi accusatoria, l’immobile sarebbe stato fittiziamente intestato a un collaboratore e factotum di Corona, sottraendolo così al patrimonio della società poi fallita.
Prima della definizione del procedimento, l’ex agente fotografico aveva inoltre versato circa 40mila euro all’Agenzia delle Entrate. La pena concordata è stata calcolata in continuazione con quella relativa al crac della Corona’s, un’altra delle sue società.
L’appartamento già confiscato dallo Stato
La difesa ha insistito anche su una particolarità della vicenda: l’appartamento al centro dell’accusa era già stato confiscato dallo Stato nell’ambito di un precedente procedimento legato al denaro trovato nel controsoffitto.
“Questa è una bancarotta che riguarda un immobile che lo Stato si era già preso, con la confisca, per il vecchio procedimento dei soldi nel controsoffitto. È una cosa paradossale”, ha sottolineato l’avvocato Ivano Chiesa.
La casa era stata infatti coinvolta nel procedimento nato dal ritrovamento di ingenti somme di denaro riconducibili a Corona. La difesa ha utilizzato anche questa circostanza per sostenere la propria posizione nel procedimento sulla Fenice.
Assolta la madre di Corona
Nello stesso processo era imputata anche Gabriella Privitera, formalmente amministratrice della società. La sua posizione era stata però distinta nettamente da quella del figlio.
Già durante il rito abbreviato il pm aveva chiesto l’assoluzione, sostenendo che Privitera fosse inconsapevole di essere amministratrice della Fenice. La sua legale, Cristina Morrone, aveva spiegato che la donna aveva firmato alcuni documenti su richiesta del figlio senza conoscere ciò che avveniva nella gestione societaria, sostenendo quindi l’assenza di dolo.
Il Tribunale ha ora accolto questa impostazione, assolvendola perché “il fatto non costituisce reato”.
La difesa: “Un autentico miracolo”
Soddisfatto dell’esito del procedimento l’avvocato Chiesa, che ha ricordato anche quanto siano lontani nel tempo i fatti contestati. “Sono fatti del 2007, Corona è stanco”, ha spiegato.
Il legale ha definito il risultato “un autentico miracolo”, ricordando il rapporto particolarmente travagliato dell’ex agente fotografico con la giustizia negli ultimi vent’anni. Per Chiesa, ottenere la conversione della pena in una sanzione pecuniaria per una bancarotta rappresenta “un risultato straordinario”.
Il difensore ha quindi rivolto un riconoscimento al Tribunale per quello che ha definito “un provvedimento di buon senso”. Con l’assoluzione della madre si chiude così anche l’ultima posizione rimasta aperta nel procedimento sulla Fenice.
