Centinaia di medici di famiglia si sono riuniti questa mattina, 15 settembre 2026, in piazza Duca d’Aosta a Milano, davanti alla stazione Centrale e a pochi passi dal Pirellone, per protestare contro le nuove regole che disciplinano il loro lavoro nelle Case di comunità.
Il presidio milanese si inserisce nelle due giornate di sciopero nazionale del 15 e 16 settembre, proclamate dal Sindacato medici italiani (Smi). In Lombardia la mobilitazione è sostenuta anche dalla Libera associazione medicina generale (Lamg), che nei giorni scorsi ha consegnato alla Regione un documento firmato da 1.100 medici che, complessivamente, assistono circa un milione e mezzo di persone.
Medici di famiglia, perché protestano contro l’accordo sulle Case di comunità
Al centro dello scontro c’è l’accordo nazionale sottoscritto il 23 giugno da Sisac, Fimmg e Fmt, ma non da Smi. L’intesa stabilisce come i medici di medicina generale debbano partecipare al funzionamento delle Case di comunità, uno dei pilastri della riforma della sanità territoriale finanziata dal Pnrr.
Il punto più contestato è il cosiddetto “debito orario”. In base all’accordo, i medici possono essere chiamati a lavorare nelle nuove strutture territoriali fino a sei ore alla settimana per 48 settimane all’anno, tra le 8 e le 20, con turni di almeno tre ore consecutive. Le ore vengono assegnate sulla base delle necessità delle aziende sanitarie e sono retribuite 38,72 euro l’ora, oltre agli oneri.
“Vogliamo che le ore siano facoltative”
I medici che protestano precisano di non essere contrari alle Case di comunità. Il problema, sostengono, è rendere obbligatoria la presenza al loro interno sottraendo ore agli ambulatori e ai pazienti che già seguono. A Milano la richiesta rivolta alla Regione è quindi quella di rendere queste ore facoltative.
“Si chiama medico di famiglia perché conosciamo la famiglia intera”, ha spiegato al presidio Tullia Mastropietro di Lamg. Secondo i manifestanti, trasformare il medico in un professionista che svolge turni con pazienti che non conosce rischierebbe di indebolire proprio il rapporto continuativo su cui si basa la medicina generale.
C’è poi anche la questione contrattuale: i medici di famiglia non sono dipendenti del Servizio sanitario nazionale, ma professionisti convenzionati. Una parte della categoria contesta quindi l’introduzione di obblighi orari tipici della dipendenza senza che vengano riconosciute le stesse tutele. Tra le richieste dello Smi ci sono infatti maggiori garanzie per maternità e infortuni e la possibilità di scegliere volontariamente un rapporto da dipendente.
Il problema della sanità territoriale in Lombardia
Lo scontro arriva mentre la regione Lombardia deve rendere pienamente operative le 199 Case di comunità previste dalla programmazione regionale, 187 finanziate con il Pnrr e 12 con risorse regionali. Il problema, però, non riguarda soltanto gli edifici: perché queste strutture funzionino servono medici, infermieri, specialisti e assistenti sociali che lavorino insieme. È lo stesso modello indicato da Agenas per la nuova assistenza territoriale.
Secondo Lamg, in Lombardia mancano circa 1.500 medici di famiglia, l’età media dei professionisti è di 56 anni e ciascuno segue mediamente 1.530 pazienti, contro i 1.200 indicati come riferimento dall’associazione. In questo contesto, obbligare parte dei medici a spostare alcune ore nelle Case di comunità viene visto da chi protesta come il rischio di spostare una fascia di medici già esigua da un servizio all’altro.
Fimmg non aderisce allo sciopero: “Chiudere gli studi non porterà risultati”
Una posizione diversa è quella di Fimmg Milano, che ha deciso di non aderire allo sciopero del 15 e 16 settembre. La federazione riconosce il disagio della categoria e parla di “carichi di lavoro insostenibili e spesso non riconducibili alla clinica“, soprattutto per i professionisti più giovani, ma ritiene che la protesta non sia lo strumento più efficace. “Chiudere gli studi per due giorni non porterà a nessun risultato concreto”, sostiene Fimmg, che indica invece nella contrattazione la strada da seguire per rafforzare il lavoro dei medici negli ambulatori e sul territorio.
Anche sulle Case di comunità, però, la federazione pone dei paletti. L’attività dei medici di famiglia al loro interno, sostiene, non deve trasformarsi in una “medicina di serie B” o in una “guardia medica diurna” concentrata soltanto su ricette e certificati. Fimmg propone invece di rafforzare gli studi associati, aumentare la presenza di personale infermieristico e di studio e ampliare la possibilità di offrire diagnostica e telemedicina sul territorio.
Cosa sono le Case di comunità
Le Case di comunità sono strutture pensate per rafforzare l’assistenza sanitaria territoriale e ridurre il ricorso improprio a pronto soccorso e ospedali. Al loro interno dovrebbero lavorare insieme medici di medicina generale, pediatri, infermieri, specialisti e altri professionisti, così da offrire ai cittadini un punto di riferimento più vicino al luogo in cui vivono.
Il modello è uno dei cardini della riforma prevista dal Pnrr e punta soprattutto sulla presa in carico continuativa dei pazienti, in particolare di anziani, persone fragili e malati cronici. La contestazione dei medici di famiglia non riguarda, però, l’esistenza delle strutture, ma il modo in cui vengono organizzati i turni e il rischio che le ore trascorse nelle Case di comunità vengano sottratte ai pazienti che già seguono.
