La morte del padre, scomparso lo scorso giugno, ha portato Francesca Barra a vivere per la prima volta delle crisi di panico notturne. «Non me lo aspettavo, questo dolore: non è paragonabile a nessun altro, è lancinante, un’assenza che non ti aspetti», ha raccontato la giornalista in un’intervista. Le crisi sono arrivate «pensando a mia madre sola dopo 54 anni insieme, di simbiosi, di viaggi». Per affrontare il lutto, Barra sta mettendo per iscritto quello che prova.
La scrittura e l’eredità morale del padre
La scrittura accompagna questo periodo da due mesi e mezzo. «Sto scrivendo – non so ancora dove mi porterà – tutto quello che mi passa per la testa», ha spiegato Barra a Il Corriere della Sera. «Ho bisogno di raccontare questo lutto». La giornalista aveva annunciato a fine luglio di essere in procinto di fare un viaggio nei luoghi amati dal padre.
La paura che descrive è quella dell’assenza: «Perdere chi ami, e basta, non c’è altro». Da qui il suo invito a vivere pensando a ciò che si lascia e al modo in cui lo si lascia: il successo nel lavoro, nelle sue parole, non sostituisce il valore di quell’eredità. «Mio padre ha vissuto ed è morto da uomo felice, mi ha lasciato un’eredità morale enorme», ha raccontato.
Il bisogno di sentirsi indispensabile è anche ciò che Barra riconosce alla base della propria vita piena. Vuole che i cani, i figli e gli amici abbiano bisogno di lei: «È questa pienezza il mio traguardo». Un’esigenza che riguarda anche le scelte professionali, non soltanto i rapporti personali. Quando un lavoro diventa meccanico e non sente più di dare valore, preferisce lasciarlo: «Ho bisogno che quello che faccio lasci un segno».
Le paure da madre e i limiti da dare ai figli per Francesca Barra
Le preoccupazioni per i figli attraversano un’altra parte dell’intervista. Barra ricorda la libertà con cui usciva in bicicletta di notte, andava al mare da sola, entrava in pineta, si tuffava, leggeva un libro e tornava a casa. «Oggi non lo farei più nemmeno io, figuriamoci farlo fare a mia figlia», ha osservato, confrontando quelle esperienze con le proprie paure attuali.
Per la giornalista e scrittrice, aiutare i ragazzi significa stabilire prima i limiti e i patti, educandoli a fare esperienza e accettando la fatica di dire dei no. Questo, sostiene, riduce il rischio che un figlio trascorra ore indisturbato in quelli che definisce «sottomondi». La difficoltà dei genitori sta anche nel timore di perdere l’affetto dei figli: «Per paura di non essere amati dai figli temiamo che un no ci costi il loro affetto».
Barra, madre di un ventenne, si è detta particolarmente preoccupata per l’alcol tra i ragazzi: «Sono scioccata da quanto bevono i ragazzi dai 15-16 anni in su, ragazze comprese». A suo giudizio se ne parla poco perché l’alcol non muove lo stesso giro d’affari delle reti sociali.
La giornalista attribuisce però una parte delle paure anche al modo di raccontare il mondo: secondo lei si evidenzia il peggio per ragioni politiche, per suscitare clamore e mantenere l’attenzione, rinunciando a raccontare il bello, la comunità e i luoghi.
