Avevano 19 anni, frequentavano ancora le superiori e non avevano precedenti esperienze di attivismo quando hanno deciso di scendere in strada a Isfahan. Oggi Taraneh e Romina Rahimi hanno 20 anni e sono diventate due dei volti della nuova ondata repressiva che ha seguito le proteste antigovernative esplose in Iran tra la fine del 2025 e gennaio 2026. Taraneh è stata condannata a morte, mentre la sorella gemella Romina ha ricevuto una pena di 25 anni di carcere. Le sentenze sono state emesse in primo grado e possono essere impugnate.
La loro storia è stata ricostruita dal Guardian attraverso il racconto dei familiari, ma il procedimento che le coinvolge era già stato documentato nelle settimane precedenti da organizzazioni per i diritti umani e da Radio Farda. Le due giovani fanno parte dei 16 imputati del cosiddetto “caso di piazza Shohada” di Isfahan, legato alle manifestazioni dell’8 gennaio e alla morte del colonnello dei Guardiani della rivoluzione Abbas Kamrani.
L’arresto nella notte e quattro mesi senza notizie
Taraneh e Romina avevano partecipato alle manifestazioni dell’8 e 9 gennaio a Isfahan, nel pieno della mobilitazione che aveva attraversato numerose città iraniane. Secondo la ricostruzione fornita dalla famiglia, furono successivamente prelevate di notte dalla loro abitazione da uomini mascherati, identificati come appartenenti ai Guardiani della rivoluzione.
Per circa quattro mesi la madre, Marzieh Nourmohammadi, che aveva cresciuto da sola le due figlie, non avrebbe saputo dove fossero detenute. La donna si sarebbe rivolta a ospedali e istituzioni nel tentativo di rintracciarle. Soltanto a maggio avrebbe ricevuto la conferma che Taraneh e Romina si trovavano nel carcere di Dowlatabad, a Isfahan.
Quando riuscì a incontrarle, secondo quanto raccontato dal cugino Masoud Nourmohammadi, residente negli Stati Uniti, le trovò in condizioni fisiche gravissime: volti gonfi, lividi, fratture a gomiti, nocche e piedi e zone del cuoio capelluto prive di capelli. La famiglia sostiene che le giovani fossero state trascinate per i capelli e sottoposte a lunghi periodi di isolamento.
“Firma o violenteremo tua sorella”
Particolarmente grave è la denuncia relativa agli interrogatori di Taraneh. Secondo il racconto dei familiari, alla ragazza sarebbe stato intimato di firmare una confessione sotto la minaccia di violenze sessuali contro Romina. In tribunale Taraneh avrebbe successivamente dichiarato che le ammissioni erano state ottenute attraverso torture e coercizioni.
Le accuse di maltrattamenti si inseriscono in un quadro più ampio già denunciato da Amnesty International. L’organizzazione ha documentato, dopo le proteste di gennaio, casi di pestaggi, violenze sessuali, minacce di esecuzione, isolamento e confessioni forzate ai danni dei detenuti.
La madre delle gemelle, inoltre, non sarebbe stata autorizzata ad assistere al processo. Secondo i familiari, non sarebbe stata presentata alcuna prova capace di dimostrare una partecipazione diretta delle due sorelle ad atti violenti.
Il processo di Isfahan: dieci condanne a morte
Il caso delle Rahimi è in realtà parte di un procedimento molto più ampio. Il 31 agosto, organizzazioni come HRANA e Hengaw hanno riferito che la prima sezione del Tribunale rivoluzionario di Isfahan ha emesso le sentenze contro i 16 imputati del “caso di piazza Shohada”.
Dieci persone sono state condannate a morte, tra cui Taraneh Rahimi, e contemporaneamente a 11 anni di carcere. Gli altri sei imputati hanno ricevuto pesanti pene detentive: Romina Rahimi e Milad Boueri sono stati condannati a 25 anni, Hamed Mehralian a 15, mentre Setayesh Saedi, Sajjad Abedi e Ali Boueri hanno ricevuto cinque anni.
Tra le contestazioni formulate nel procedimento compare la “moharebeh”, traducibile come “guerra” o “inimicizia contro Dio”, una delle imputazioni previste dal sistema giudiziario iraniano che può comportare la pena capitale. Il processo è collegato anche alla morte del colonnello Abbas Kamrani durante le proteste.
Le organizzazioni per i diritti umani hanno però denunciato assenza di prove individualizzate, confessioni ottenute sotto tortura e gravi violazioni delle garanzie processuali.
La repressione dopo le proteste di gennaio
La vicenda delle gemelle si inserisce nella repressione seguita alle proteste cominciate il 28 dicembre 2025, inizialmente alimentate anche dalla crisi economica e poi trasformatesi in una contestazione politica molto più ampia contro la Repubblica islamica.
Secondo Amnesty International, dall’8 gennaio le forze di sicurezza hanno utilizzato armi da fuoco e altri mezzi potenzialmente letali contro i manifestanti, mentre migliaia di persone sono state arrestate. L’organizzazione ha raccolto testimonianze e verificato immagini che documenterebbero spari diretti anche verso testa e torso dei manifestanti.
Parallelamente è aumentato il ricorso alla pena capitale. Iran Human Rights ha riferito il 5 settembre che nei primi otto mesi del 2026 sono state registrate almeno 528 esecuzioni, tra cui 18 donne. Nel conteggio figurano 31 manifestanti, 29 dei quali legati alle proteste di gennaio.
Amnesty aveva già denunciato a luglio che decine di persone arrestate durante la mobilitazione rischiavano l’esecuzione e che, in una sola prigione della provincia di Isfahan, secondo informazioni raccolte da Iran Human Rights, oltre 70 detenuti collegati alle proteste sarebbero stati condannati a morte.
La paura di un’esecuzione rapida
È questo il contesto nel quale la famiglia Rahimi ha deciso di rendere pubblica la vicenda. Il timore è che, esauriti i passaggi giudiziari, Taraneh possa essere impiccata.
Il cugino Masoud Nourmohammadi interpreta la durezza della condanna come un messaggio rivolto non soltanto alla giovane, ma a chiunque pensi di tornare nelle piazze iraniane: dimostrare che nessuno può sentirsi al sicuro dalla repressione.
Per Taraneh, che secondo la famiglia sognava di aprire un giorno una propria scuderia, e per Romina, il futuro dipende ora dall’esito dei ricorsi. Ma il loro caso è diventato anche il simbolo di qualcosa di più vasto: l’utilizzo della pena di morte e di condanne detentive estremamente severe come strumenti per soffocare il dissenso nato dalle proteste di gennaio.
