Marine Le Pen guarda all’Islanda per rilanciare la sua idea di Europa. La leader del Rassemblement National ha accolto con favore il risultato del referendum con cui gli islandesi hanno respinto la possibilità di riaprire i negoziati per l’adesione all’Unione europea, sostenendo che il voto dimostri come sia possibile immaginare un modello alternativo a quello di una progressiva integrazione politica tra gli Stati membri.
Il risultato arrivato da Reykjavík è stato piuttosto netto, pur al termine di uno scrutinio combattuto: il 52,8% degli elettori ha votato contro la ripresa dei negoziati con Bruxelles, mentre il 47,2% si è espresso a favore. L’affluenza ha raggiunto l’82,5%. La consultazione non riguardava direttamente l’ingresso dell’Islanda nell’Ue, ma l’eventuale riapertura del percorso negoziale verso l’adesione.
Le Pen: “I popoli devono decidere del proprio futuro”
In un messaggio pubblicato su X, Le Pen ha interpretato il risultato islandese soprattutto attraverso il tema della sovranità nazionale.
“Rifiutando con un referendum la ripresa dei negoziati per l’adesione all’Unione europea, il popolo islandese ha ricordato un’evidenza: l’adesione all’Unione europea non è l’orizzonte naturale di ogni democrazia europea”, ha scritto la leader del Rassemblement National.
Secondo Le Pen, dal voto arriva “un messaggio limpido”: “i popoli devono poter decidere da soli del loro futuro, delle loro istituzioni e della loro capacità di difendere i propri interessi nazionali”.
La politica francese ha quindi collegato il referendum al più ampio confronto sul futuro dell’integrazione europea. “Nel momento in cui alcuni spingono per un maggiore federalismo e per un trasferimento di sovranità alla Commissione europea, questo voto ricorda che un’altra Europa è possibile”, ha aggiunto.
Per Le Pen l’alternativa sarebbe “un’Europa delle nazioni libere, sovrane e che cooperano volontariamente sui temi di interesse comune”.
Perché l’Islanda ha detto No
Il referendum del 29 agosto ha riportato al centro una questione che divide l’Islanda da oltre quindici anni. Reykjavík aveva presentato domanda di adesione all’Ue nel 2009, nel pieno delle conseguenze della crisi finanziaria, avviando successivamente i negoziati. Il processo era stato poi congelato dopo il cambio di governo del 2013.
Il nuovo esecutivo guidato dalla premier Kristrún Frostadóttir aveva deciso di rimettere la questione nelle mani degli elettori. La consultazione era formalmente consultiva, ma il governo si era impegnato a rispettarne l’esito.
La campagna elettorale si è concentrata soprattutto su sovranità, economia e controllo delle risorse naturali, con particolare attenzione alla pesca, settore strategico per l’economia islandese. Il fronte contrario all’adesione teme infatti che un ingresso nell’Ue possa ridurre l’autonomia di Reykjavík nella gestione delle proprie acque e delle quote ittiche.
Il risultato ha mostrato anche una forte divisione territoriale: Reykjavík si è espressa prevalentemente a favore della ripresa dei negoziati, mentre nelle aree rurali e nelle comunità maggiormente legate alla pesca il No ha ottenuto percentuali decisamente superiori.
L’Islanda resta comunque strettamente legata all’Europa
Il voto non comporta una rottura tra Reykjavík e Bruxelles. L’Islanda è già profondamente integrata nello spazio europeo attraverso lo Spazio economico europeo ed è parte dell’area Schengen, pur non appartenendo all’Unione.
Con la vittoria del No viene però accantonata, almeno per il momento, la prospettiva di riaprire formalmente i negoziati di adesione. Un risultato che Le Pen trasforma immediatamente in un argomento politico nel dibattito continentale, contrapponendo all’idea di un’Unione sempre più integrata quella di una cooperazione fondata sulla centralità e sulla sovranità degli Stati nazionali.
