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Referendum in Islanda: vince il “No” all’Ue, resta solo da ufficializzare

Il No ottiene il 52,54% contro il 47,46% del Sì; lo spoglio si è concluso nella notte e l'Islanda entra nella domenica con il rifiuto a riaprire i negoziati

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Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

L’Islanda ha detto no alla riapertura dei negoziati per l’adesione all’Unione europea, dopo il referendum tenutosi sabato: lo spoglio si è concluso nella notte e il No risulta in vantaggio.

Lo scarto è contenuto ma deciso: sul piano nazionale il No è al 52,54% contro il 47,46% del Sì, mentre la radiotelevisione pubblica islandese RÚV, aggiornata alle 6:39, riporta il No al 52,5% con 99.037 voti e il Sì al 47,5% con 89.459 preferenze; le schede bianche e nulle sono 1.200, pari allo 0,6%. Visir ha titolato «La risposta è no». Il risultato ha confermato la netta polarizzazione geografica e sociale emersa durante la campagna.

Risultati, cifre e territorio

Il voto ha mostrato differenze nette tra la capitale e le regioni più remote: a Reykjavik ha prevalso il Sì, mentre le aree del Nordovest e la regione che guarda la Groenlandia hanno espresso il «nej» più netto. Nella regione settentrionale indicata come fortemente legata alla pesca il 62,87% degli elettori ha votato No alla prospettiva di riaprire i negoziati con la Unione europea, percentuale citata dal monitoraggio dello spoglio.

Il dato dell’affluenza è sceso a Reykjavik, dove ha votato il 55% degli aventi diritto: su una popolazione di 400 mila abitanti si calcola che gli aventi diritto siano 270 mila; questo livello di partecipazione è cinque punti percentuali inferiore a quello registrato in consultazioni simili negli anni scorsi. Già nell’ultima parte della campagna i sondaggi avevano segnalato un vantaggio del No (ultimo dato riportava 51,6% contro 48,4% per il Sì), ma il conteggio ufficiale e le rilevazioni della notte hanno aggiornato i numeri fino alle cifre rese note dalla RÚV.

Perché ha prevalso il No in Islanda: pesca, moneta e identità

Nel dibattito elettorale hanno pesato elementi ricorrenti: la difesa delle attività legate alla pesca, la questione della moneta nazionale e un marcato senso di indipendenza. Il fronte del No ha richiamato la tutela delle quote e delle regolamentazioni nazionali: le grandi aziende della pesca rappresentano il 5,6% del Pil e il 40% delle esportazioni, dati che sono stati ripetutamente portati come argomento centrale dalla campagna contraria alla riapertura dei negoziati.

Accanto alle preoccupazioni economiche, è emerso un giudizio politico-culturale: secondo osservatori citati durante la campagna, i sostenitori del No provengono in misura maggiore dalle aree rurali e da settori tradizionalmente legati all’economia nazionale, mentre una parte della gioventù e degli elettori urbani si sono dichiarati più favorevoli a un confronto con Bruxelles. In campagna sono affiorati anche temi di politica estera: la vicinanza geografica alla Groenlandia e le pressioni internazionali per l’accesso alle rotte e alle risorse artiche hanno alimentato il dibattito, evocato nei commenti di accademici e politici.

Non meno importante è stato il tema della valuta: l’adesione all’euro è stata messa tra i vantaggi evocati dai promotori del Sì come rimedio alle fluttuazioni della corona, la moneta nazionale che nel dibattito è stata definita «micro-moneta» con cambiamenti significativi rispetto all’euro.

Reazioni politiche e prossimi passi

Il governo guidato dalla socialdemocratica Kristrún Frostadóttir, che aveva inserito il referendum nel programma di mandato, aveva fatto campagna per il Sì; la vittoria del No pone ora un interrogativo sulla tenuta politica dell’esecutivo, osservano commentatori politici. In chiusura di campagna esponenti del No come la parlamentare Sigríður María Egilsdóttir hanno richiamato la storia della difesa delle zone di pesca e il sentimento di sovranità economica.

Nel racconto dei media e degli analisti internazionali il voto è stato letto anche come un test sul ruolo dell’Unione: l’Islanda è già membro dello spazio Schengen e parte del mercato europeo in molti ambiti, con un Pil che la fonte originale descrive come «generoso» rispetto ai 400 mila abitanti, e per questo il suo eventuale ingresso nella Unione europea veniva considerato da alcuni come un possibile modello. Ma al referendum non si è votato su un testo di adesione o su una bozza di negoziato: il quesito chiedeva se riaprire i negoziati, e il No ha respinto proprio questa ipotesi.

Secondo gli ultimi dati confermati dalla RÚV e riportati nella notte, il No è al 52,5% con 99.037 voti, il Sì al 47,5% con 89.459 preferenze; le schede bianche e nulle sono 1.200, pari allo 0,6%. I dati provvisori restano in attesa di ufficializzazione formale.

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