Da oltre un mese e mezzo vive lontano dalla propria abitazione e limita al minimo le uscite. È la situazione raccontata da un 37enne che la mattina del 19 luglio, al Pilastro di Bologna, partecipò alle operazioni con cui gli agenti immobilizzarono Abderrahim Fakir, tenendogli ferme le gambe. L’uomo, che ha scelto di restare anonimo parlando con l’edizione online di Repubblica, sostiene di essere stato costretto ad allontanarsi dal quartiere dopo aver ricevuto minacce e di essere stato anche aggredito fisicamente.
“Non posso più frequentare il Pilastro”
Il 37enne racconta di essere ospite da circa un mese e mezzo a casa di un amico e di uscire soltanto per le necessità più importanti. Al Pilastro, dove vive sua madre, si reca esclusivamente nelle ore notturne. Secondo il suo racconto, dopo la morte di Fakir avrebbe ricevuto minacce da parte di alcuni residenti del quartiere e da altre persone, fino ad arrivare, sostiene, a essere picchiato.
Per questo motivo avrebbe deciso di lasciare temporaneamente la propria abitazione e di interrompere la vita quotidiana che conduceva nel quartiere. “Mi hanno anche picchiato”, afferma nell’intervista, spiegando di temere per la propria sicurezza.
Il primo incontro con Fakir
Quel 19 luglio l’uomo sostiene di non conoscere affatto Fakir. Era a casa e stava dormendo quando, intorno alle 10.45, fu svegliato dalle urla di una persona che sembrava stare male. Affacciandosi alla finestra vide Fakir nel cortile del condominio mentre si colpiva accidentalmente la testa contro lo spigolo delle scale.
Poco dopo arrivarono gli agenti. Secondo il 37enne, i poliziotti stavano cercando di tranquillizzare l’uomo e non avrebbero mostrato comportamenti aggressivi nei suoi confronti. “Non avevo mai incontrato Fakir”, precisa, aggiungendo di aver visto una persona agitata e in evidente difficoltà fisica.
Dalla bottiglia d’acqua all’intervento degli agenti
Vedendolo affacciato alla finestra, gli agenti gli chiesero di portare dell’acqua a Fakir. Il 37enne scese quindi con una bottiglia. L’uomo ne bevve una parte e poi la gettò via, continuando a stare male ma, secondo il testimone, senza comportamenti che potessero essere interpretati come violenti.
La situazione cambiò quando arrivò un’automobile appartenente ad alcuni vicini di casa. Fakir urtò la vettura e successivamente si mosse verso il veicolo e il conducente. Il 37enne interpreta quei movimenti come conseguenza delle sue condizioni fisiche: “Semplicemente perché non stava in piedi e perché stava male, non con violenza”. A quel punto gli agenti decisero di immobilizzarlo per evitare che la situazione degenerasse.
Perché si ritrovò a tenere ferme le gambe
Prima del suo intervento, racconta il 37enne, due giovani di origine marocchina avevano collaborato con le forze dell’ordine nelle operazioni. I due si sarebbero poi allontanati senza subire, a suo dire, le stesse conseguenze che hanno riguardato lui.
Successivamente furono gli stessi operatori a chiedergli spontaneamente di dare una mano, visto che Fakir continuava a non calmarsi. “Volevano che lo tenessi fermo per bene”, racconta l’uomo, spiegando di aver accettato con l’intenzione di aiutare gli agenti e, soprattutto, la persona che in quel momento stava male.
“Ragazzi, ma respira?”
Il 37enne racconta che la situazione gli apparve inizialmente sotto controllo. Quando Fakir rimase immobile mentre gli agenti procedevano a legarlo, però, qualcosa attirò la sua attenzione. Fu tra i primi a chiedere se stesse ancora respirando: “Ragazzi, ma respira?”.
La domanda, spiega, sarebbe udibile anche nel video dell’intervento circolato successivamente. In quel momento, tuttavia, pensava che potesse essersi trattato di un mancamento e riteneva che la situazione fosse gestita da personale qualificato presente sul posto.
“Non avrei mai pensato che Fakir potesse morire”
Il 37enne respinge quindi l’idea di aver avuto un ruolo diverso da quello di una persona intervenuta casualmente per aiutare. “Volevo solo aiutarlo”, ribadisce, spiegando di non aver mai immaginato che quella situazione avrebbe avuto un epilogo mortale.
Ora spera che la famiglia di Fakir possa contribuire a chiarire la sua posizione e convincere le persone che lo minacciano del fatto che non avrebbe avuto alcuna responsabilità nella morte dell’uomo. “Ero lì per caso e non avrei mai pensato che Fakir potesse morire”, conclude.
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