Adrien Brody ha trascorso cinque mesi quasi completamente isolato, chiuso in una stanza d’albergo a New York e lontano dalla famiglia. Non per una pausa dal lavoro, ma per prepararsi al debutto a Broadway con “The Fear of 13”, lo spettacolo ispirato alla storia vera di Nick Yarris, rimasto per 22 anni nel braccio della morte negli Stati Uniti per un omicidio che non aveva commesso.
Intervistato da Interview Magazine, l’attore ha raccontato come la preparazione per il personaggio abbia finito per modificare profondamente anche la sua vita privata.
Adrien Brody e i cinque mesi di isolamento per “The Fear of 13”
Per entrare nella storia di Yarris, Brody ha ridotto al minimo i contatti con l’esterno. Una scelta dettata anche dai ritmi particolarmente intensi della produzione: le prove duravano fino a 11 ore al giorno, per sei giorni alla settimana, lasciandogli pochissimo spazio per il resto.
“Devo isolarmi, stare lontano dalla famiglia e dalle persone che amo, per poter fare questo lavoro”, ha raccontato. Gran parte del tempo libero veniva utilizzato per recuperare le energie e riuscire ad affrontare la rappresentazione successiva.
Secondo Brody, quando un ruolo richiede una preparazione simile, “alcune cose, inevitabilmente, devono essere sacrificate”.
Chi è Nick Yarris, l’uomo rimasto 22 anni nel braccio della morte da innocente
A convincere Brody ad affrontare il teatro dopo decenni di cinema è stata soprattutto la storia dell’uomo che interpreta.
Nick Yarris trascorse 22 anni nel braccio della morte in Pennsylvania per un omicidio che non aveva commesso. Durante la detenzione cercò di resistere all’isolamento attraverso esercizi mentali, letture e scrittura, costruendosi una dimensione interiore che gli permettesse di sopravvivere alla quotidianità del carcere.
È proprio questa complessità ad aver attirato Brody. Il personaggio, ha spiegato, lo ha “spinto oltre i suoi limiti”.
Per l’attore il passaggio dal cinema al palcoscenico non è stato soltanto un cambio di formato. Sul set esistono il montaggio, le nuove riprese e la possibilità di ricostruire successivamente una scena. A teatro, invece, la storia deve essere sostenuta dall’inizio alla fine.
“Ogni sera è diversa”, ha raccontato Brody. I silenzi, le risate e le reazioni degli spettatori entrano inevitabilmente nella rappresentazione. La costruzione del personaggio, però, rimane per lui qualcosa di estremamente personale: “Il lavoro in sé è interiore”.
Adrien Brody e la trasformazione estrema per “Il pianista”
Non è la prima volta che Brody porta la preparazione per un personaggio fino a modificare radicalmente la propria quotidianità.
Prima delle riprese de “Il pianista” di Roman Polański, nel 2002, lasciò il suo appartamento, si trasferì in Europa, imparò a suonare il pianoforte e affrontò una drastica trasformazione fisica per interpretare Władysław Szpilman.
Arrivò a perdere circa 14 chili in pochi mesi, raggiungendo un peso poco superiore ai 60 chili. Anche allora aveva scelto di privarsi di alcuni punti di riferimento della propria vita per provare ad avvicinarsi, per quanto possibile, alla condizione del personaggio.
“La distanza tra avere una vita e perderla è sottilissima”
Portare la storia di Nick Yarris sul palco ha assunto per Brody anche un significato che va oltre la recitazione. Negli Stati Uniti la pena di morte è ancora prevista in diversi Stati e la vicenda di un uomo rimasto per oltre vent’anni nel braccio della morte da innocente pone inevitabilmente una questione più ampia sul sistema giudiziario.
“Come americani siamo molto vicini a questi temi”, ha spiegato l’attore, sottolineando la distanza rispetto a numerosi Paesi occidentali nei quali la pena capitale è stata abolita.
Della storia di Yarris, però, Brody sembra essersi portato dietro soprattutto un’altra cosa. Dopo oltre vent’anni di detenzione, l’uomo aveva dovuto riscoprire gesti apparentemente banali come andare a prendere un caffè, accarezzare un cane o andare in bicicletta. “La distanza tra avere una vita e perderla è sottilissima”, ha spiegato Brody. È forse questa la parte del personaggio che, dopo cinque mesi di isolamento e una preparazione portata al limite, continuerà ad accompagnarlo anche una volta lasciato il palco
