Un lungo applauso ha accompagnato l’arrivo del feretro di Don Antonio Mazzi nella Basilica di Sant’Ambrogio a Milano, dove nel pomeriggio di lunedì 3 agosto si sono svolti i funerali del fondatore di Exodus, morto venerdì all’età di 96 anni. La chiesa si è riempita di amici, collaboratori, ex ospiti delle comunità e persone che negli anni hanno condiviso con lui il lavoro dedicato soprattutto ai giovani e alle persone in difficoltà.
Tra i presenti anche il sindaco di Milano Giuseppe Sala, il prefetto Claudio Sgaraglia, don Luigi Ciotti e il presidente di Rcs MediaGroup Urbano Cairo. Una cerimonia che Exodus aveva immaginato non come un momento esclusivamente formale, ma come un ultimo saluto costruito anche attraverso le voci, la musica e i canti dei “suoi” ragazzi.
Lungo applauso all’arrivo del feretro di Don Mazzi
Ad accogliere la bara all’ingresso di Sant’Ambrogio è stato un lungo applauso. Nelle prime file e tra i banchi della basilica si sono ritrovate molte delle persone che hanno attraversato la storia di Exodus, la fondazione nata nel 1984 e diventata negli anni il progetto più rappresentativo del lavoro educativo del sacerdote.
Prima dei funerali, per due giorni, centinaia di persone avevano raggiunto la camera ardente allestita proprio nella sede della comunità al Parco Lambro. Accanto al feretro erano stati sistemati alcuni degli oggetti che raccontavano la vita di Don Mazzi: i suoi sandali, una Bibbia e un bastone da viandante.
Dopo le esequie, la tumulazione avverrà invece in forma privata all’Abbazia di Maguzzano, in provincia di Brescia, nel cimitero dell’Opera Don Giovanni Calabria, la congregazione religiosa alla quale Mazzi apparteneva.
Sala: “Appoggerò la richiesta per il Famedio”
Tra gli interventi arrivati prima della celebrazione c’è quello del sindaco Giuseppe Sala, che ha annunciato il proprio sostegno alla proposta di iscrivere il nome di Don Mazzi nel Famedio del Cimitero Monumentale di Milano, dove vengono ricordati i cittadini che hanno contribuito alla storia della città.
«C’è già una richiesta da alcuni consiglieri che io appoggerò senz’altro», ha spiegato Sala, aggiungendo però che il modo migliore per onorare il sacerdote sarà soprattutto garantire un futuro alla sua opera. “Al di là di una memoria simbolica come il Famedio, per onorare don Mazzi bisogna aiutare a far sì che Exodus vada avanti”, ha sottolineato.
Il sindaco lo ha ricordato soprattutto come «un vero educatore», capace di essere diretto e, a volte, anche sopra le righe, ma sempre concentrato sull’obiettivo di aiutare i ragazzi. Una capacità costruita anche attraverso quella fantasia che ha caratterizzato molti dei progetti realizzati da Exodus in oltre quarant’anni di attività.
Don Gino Rigoldi: “Conquistava con la creatività”
A raccontare un lato più personale di Don Mazzi è stato don Gino Rigoldi, per decenni cappellano dell’Istituto penale minorile Cesare Beccaria e altra figura centrale dell’impegno sociale milanese.
I due hanno condiviso una parte importante della propria esperienza nella Milano segnata dall’emergenza dell’eroina e dal disagio giovanile. Rigoldi ricorda soprattutto la capacità di Mazzi di avvicinarsi ai ragazzi senza affidarsi esclusivamente ai modelli educativi tradizionali: la creatività era uno dei suoi strumenti principali.
Il rapporto tra loro non significava necessariamente pensarla sempre allo stesso modo. Erano personalità diverse, con metodi e sensibilità differenti, ma accomunate dalla convinzione che davanti a un ragazzo in difficoltà la risposta non potesse essere l’abbandono.
È anche attraverso questo approccio che Don Mazzi costruì Exodus: non soltanto come luogo per affrontare la tossicodipendenza, ma come comunità nella quale educazione, responsabilità, sport, viaggio e lavoro potevano diventare strumenti per ricominciare.
Exodus e i ragazzi al centro dell’ultimo saluto
Proprio i ragazzi sono rimasti al centro anche nel giorno del funerale. Exodus aveva annunciato che la celebrazione sarebbe stata animata dalle persone provenienti dalle diverse realtà della fondazione in Italia e all’estero, rispettando quello spirito poco incline alla formalità che aveva caratterizzato Don Mazzi.
Il sacerdote amava definirsi un “prete matto” e aveva costruito buona parte della propria attività cercando modalità non convenzionali per raggiungere persone che spesso rifiutavano o erano state escluse dai percorsi tradizionali.
Negli anni Ottanta, nella Milano attraversata dalla diffusione dell’eroina, iniziò anche a utilizzare un camper per incontrare direttamente i tossicodipendenti nei luoghi della città dove vivevano. Da quelle esperienze sarebbe cresciuta la rete Exodus, sostenuta in quegli anni anche dal cardinale Carlo Maria Martini.
Milano saluta uno dei suoi educatori
La presenza delle istituzioni ai funerali si è accompagnata a quella di molte persone che con Mazzi avevano avuto un rapporto personale. Urbano Cairo lo ha ricordato come un uomo particolarmente legato «agli ultimi, a chi aveva dei problemi», mentre il presidente dell’Inter ha sottolineato la sua capacità di accompagnare chi era caduto verso un nuovo percorso. Tra i presenti anche Lele Mora, che lo ha definito per lui «un secondo papà».
Milano ha proclamato per la giornata delle esequie il lutto cittadino, riconoscendo il legame costruito dal sacerdote con la città nella quale era arrivato alla fine degli anni Settanta e dove avrebbe poi trascorso gran parte della propria vita.
Ora il tema diventa inevitabilmente quello del futuro. Lo stesso Sala lo ha indicato chiaramente: ricordare Don Mazzi nel Famedio avrebbe un forte valore simbolico, ma la sua eredità dipenderà soprattutto dalla capacità di far continuare Exodus.
Ed è forse questo il significato più coerente dell’applauso che ha accolto il feretro a Sant’Ambrogio: non soltanto il saluto a un sacerdote diventato uno dei volti più conosciuti dell’impegno sociale italiano, ma a un educatore che per oltre quarant’anni ha insistito sulla stessa idea, che un ragazzo non coincide mai soltanto con gli errori che ha commesso.
