Il calcio italiano piange, oggi, la scomparsa di Franco Baresi. Libero leggendario, capitano d’altri tempi, simbolo di uno sport che probabilmente non rivedremo più: quello delle bandiere, del libero “staccato”, della leadership silenziosa e, perché no, delle lacrime in mondovisione. Il calcio digitale, patinato, filtrato e allo stesso tempo disintermediato di oggi, probabilmente, tutta quella genuinità non la permetterebbe.
Il rapporto di Baresi con la notorietà
Perché Franco Baresi, sì, era un genuino. Il “piscinin” divenuto grande come grande, con lui, è divenuto il Milan. Il Diavolo dei “tre olandesi”, di Arrigo Sacchi e Fabio Capello, delle Coppe dei Campioni e dei suoi palloni d’oro, quello tante volte sbandierato dal suo presidente, Silvio Berlusconi, non sarebbe stato tale senza una guida stoica, inamovibile, leggendaria e allo stesso tempo silenziosa: Franchino, detto Franco, Baresi da Travagliato.
Nonostante i risultati conseguiti, a Baresi la notorietà non è mai andata particolarmente a genio. Non era così da giocatore, ancor meno lo è stata dopo il ritiro. Poche parole, poca mediaticità, probabilmente anche un’arte dialettica e di public relations, come diremmo oggi, non facente parte del suo bagaglio.
Franco Baresi mai “vero” dirigente
E non si fa peccato a dire che, se come calciatore e prima ancora come uomo Baresi poteva considerarsi di uno spessore infinito, a livello di capacità manageriali, dirigenziali, gestionali, l’eterno numero 6 ci prendeva davvero poco.
Il Milan provò subito a sfruttare l’enorme esperienza accumulata dal suo Capitano negli anni da calciatore: responsabile delle giovanili prima, allenatore di Primavera e Beretti poi, qualche apparizione nei quadri dirigenziali in seguito, prima di un ruolo esclusivamente simbolico da ambassador e vicepresidente onorario. Tutte esperienze tutt’altro che indimenticabili. A confermarlo, infatti, il percorso che tanti, di quel Milan, fecero post-carriera: Tassotti nel ruolo di collaboratore tecnico (in tanti lo ricordano al fianco di Ancelotti), Costacurta come opinionista, Albertini come uomo delle istituzioni, gli olandesi su panchine prestigiose, per non parlare di Paolo Maldini su cui tanto si è detto in questi ultimi giorni. Eppure di Franco Baresi non si è mai davvero parlato per un ruolo decisionale, né nel Milan né in seno alla Federazione.
La distanza dal calcio moderno
E forse è giusto così. Perché così come, a livello tecnico, il calcio moderno ha soppiantato ciò che Franco Baresi rappresentava, le sue letture, la sua tattica individuale, la sua comunicazione essenziale, allo stesso modo si sono evoluti, intellettualmente, i calciatori di oggi. Baresi – che rispetto ai succitati compagni di squadra aveva qualche anno in più – appartiene a una generazione che, dopo il calcio, qualche difficoltà a restarci, in quel mondo, l’ha trovata, aprendosi pertanto a strade differenti: chi nel campo delle assicurazioni, sfruttando la rete di contatti – altospendenti – che potessero sottoscrivere ricche polizze; chi nel campo della ristorazione (Benarrivo, Virdis, e tanti tanti altri). Ma Franco Baresi non ha inseguito nemmeno la via del business, anzi: si è trovato, suo malgrado, a dover rispondere di un fastidioso caso di compravendita di quadri, finendo per patteggiare la pena. Lui, che ha sempre rappresentato l’uomo integerrimo tutto d’un pezzo, con la sua fascia al braccio – spesso alzato a indicare, prima del guardalinee, un offside avversario – e la sua divisa rossonera, tatuata sulla pelle e nel cuore, sfoggiata anche davanti al fratello, Beppe, in un derby sposato e vissuto per anni da tutta una città.
Non sempre il calcio ha percorsi lineari. Non sempre la vita li ha. Ci sono però uomini che, non si sa come, aiutano a comprendere come davanti a tante domande non sempre esistano altrettante risposte. Uomini che, senza troppe parole, fanno comunque la storia. E quella di Franco Baresi resterà quella delle bandiere, del libero “staccato”, della leadership silenziosa e, perché no, delle lacrime in mondovisione.
Riposa in pace, Piscinin.
