Arianna è il nome che torna con più frequenza nelle parole di Marina Giulia Cavalli, intervenuta oggi su Vanity Fair per raccontare il lutto che ha segnato la sua vita dopo la morte della figlia nel 2015, quando aveva 21 anni. L’attrice, nota per il ruolo della dottoressa Ornella Bruni in Un posto al sole da oltre 25 anni, dice che la morte non la spaventa e che il dialogo quotidiano con la figlia è la forza che la sostiene per continuare a vivere.
Il dolore che attraversa
Marina Giulia Cavalli spiega con parole nette la sua convinzione che non si possa sfuggire al dolore, perché è il dolore ad attraversare la persona e non il contrario: chi tenta di scappare, prima o poi, si trova di nuovo faccia a faccia con la perdita. Racconta di aver concesso interviste con parsimonia dopo il lutto e di aver dovuto ridefinire i propri scopi di vita quando gli obiettivi che animavano la sua esistenza sono improvvisamente spariti.
La testimonianza riportata dall’attrice evidenzia una scelta di verità emotiva: parlare alla figlia, sentirla ancora vicina, rappresenta per lei l’unico modo per non cedere alla disperazione, fino a confessare che senza questa relazione immaginata avrebbe potuto compiere un gesto estremo. In queste frasi emergono con chiarezza la vulnerabilità e la volontà di sopravvivere a un vuoto profondo.
Lavoro, studio e ricerca di uno scopo
Accanto al lutto, la carriera di Cavalli ha continuato a scorrere: l’attrice dichiara di non aver mai inseguito l’idea dell’arte come vertice assoluto, piuttosto di svolgere un mestiere che lei definisce artigianato, praticato con mestiere e rispetto per il ruolo. Dopo la pensione scenica del suo personaggio televisivo, la donna ha intrapreso lo studio di lingue straniere, collegando questa scelta a una curiosità personale e al passare degli anni piuttosto che a un progetto professionale all’estero.
La ricerca di uno scopo è dunque declinata in forme concrete: studio del tedesco e del portoghese, interesse per lo spagnolo del suo personaggio e la volontà di non restare con le mani in mano, perché andare avanti significa trovare nuovi stimoli anche in età matura.
Fede, speranza e rapporto con la fine della vita
Per Cavalli la salvezza ha nomi precisi: fiducia, speranza e una forma di fede non necessariamente cattolica che le permette di credere all’esistenza di un’altra vita da qualche parte, un’idea a cui si è aggrappata per continuare. La convinzione che la figlia esista ancora in qualche forma le consente di parlarle e di sentirla vicina, una pratica mentale che riconosce essere forse frutto di immaginazione, ma che resta per lei indispensabile per proseguire.
La morte, confida l’attrice, non la terrorizza più: poiché la figlia l’ha già attraversata, lei pensa di poterla affrontare a sua volta, accogliendo questa eventualità come parte del destino umano; al contempo rimane preoccupata per le condizioni di salute della madre, che in questo periodo presenta problematiche particolari.
Marina Giulia Cavalli affida alla pratica artistica e alla curiosità per le lingue la possibilità di vivere esperienze diverse e accumulare saperi, consapevole di non aver raggiunto la «punta dell’arte», ma di svolgere un buon mestiere nel suo lavoro, e spera di arrivare a essere, con l’età, una figura saggia in grado di lasciare pensieri elevati a chi verrà dopo di lei.
