Il governo italiano non ha prorogato il taglio alle accise sui carburanti, misura cessata il 7 aprile 2026. Con la fine dello sconto, i listini alla pompa tornano a salire dopo settimane di flessione. Il rialzo è partito dagli impianti autostradali e si è progressivamente esteso alle stazioni ordinarie, con effetti immediati sul costo dei pieni.
Il taglio temporaneo ammontava a 24,4 centesimi al litro, introdotto con un decreto di metà marzo e applicato dal 19 marzo. La rimozione si riflette in modo disomogeneo sui due principali carburanti: la benzina mostra una ripresa più rapida, mentre il gasolio registra movimenti più contenuti ma sensibili in alcune aree.
Effetti immediati su benzina e gasolio
Dati ufficiali e rilevazioni di mercato indicano un incremento dei listini dopo la fine della misura: la benzina torna a crescere più velocemente del gasolio. Sulle tasche dei consumatori, le stime di mercato quantificano un pieno standard mediamente circa 3 euro più caro rispetto al periodo in cui lo sconto era in vigore. Nel dettaglio fiscale, le accise pesano sul prezzo per circa 5 centesimi al litro più Iva, con un impatto diretto stimato in circa 6,1 centesimi al litro.
Costi e coperture pubbliche
Il taglio temporaneo ha richiesto coperture per centinaia di milioni di euro. Il ministero dell’Economia e delle Finanze ha destinato 127,5 milioni, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti 96,5 milioni e il ministero della Salute 86,05 milioni, con ulteriori contributi tra 25 e 30 milioni da altri dicasteri. La misura ha alleggerito il costo alla pompa durante la sua validità, trasferendo però sul bilancio pubblico una parte dell’onere.
Richieste dei gestori e commercio illecito
Le rappresentanze dei gestori collegano una parte della dinamica dei prezzi al commercio illecito di idrocarburi. Le loro stime parlano di un’evasione fiscale nel settore pari a circa 12 miliardi di euro l’anno, equivalente a oltre 10 centesimi al litro sottratti al gettito. Nel confronto con la spesa pubblica, i gestori ricordano che lo Stato ha sostenuto circa 2 miliardi per misure di calmieramento varate nell’emergenza, una cifra che, secondo le stesse stime, risulta inferiore alla presunta evasione annuale. Le sigle di categoria chiedono quindi una riforma per rendere più trasparente la filiera e contrastare l’illegale; le richieste sono state inoltrate alle istituzioni competenti, ma non risultano decisioni ufficiali di modifica normativa.
Perché la curva è risalita
Analisti e operatori segnalano che la formazione dei prezzi alla pompa non segue in modo immediato il movimento del greggio. Nelle settimane precedenti, il petrolio è sceso fino a 70 dollari al barile, dai 120 di tre mesi fa, ma la riduzione non si è trasferita integralmente sui prezzi finali. La trasmissione lungo la filiera presenta ritardi e possibili asimmetrie. Inoltre il gasolio risente di fattori geopolitici, come la chiusura dello Stretto di Hormuz, che incide su logistica e costi di trasporto. Secondo valutazioni operative, la cessazione dello sconto può tradursi in incrementi nell’ordine di 20-25 centesimi al litro per i consumatori finali, con il gasolio che in alcune aree potrebbe superare 2,20 euro al litro.
Calendario e scenari istituzionali
Prima della scadenza del 7 aprile, sul tavolo erano state delineate tre ipotesi: la riconferma dello sconto con nuovo impegno finanziario dello Stato; la cessazione definitiva della misura con trasferimento integrale del rialzo sui consumatori; oppure un allentamento dei fattori internazionali capace di ridurre la pressione sui prezzi. Il governo aveva riservato la valutazione alla riunione del Consiglio dei ministri già calendarizzata: il Cdm era atteso venerdì 3 aprile per un punto sulla materia e per decidere eventuali interventi successivi. L’orientamento ufficiale non è stato reso pubblico prima del Cdm. L’ultimo passaggio formale è la riunione del Consiglio dei ministri del 3 aprile, convocata per valutare la possibile proroga o altre azioni sul mercato dei carburanti.
