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Iran, 74 frustate per aver cantato senza velo: la condanna alla cantante Parasatoo Ahmadi

La cantante Parastoo Ahmadi è stata punita per aver cantato senza hijab durante un concerto online. La sentenza include 74 frustate e restrizioni artistiche, riflettendo le problematiche e le tensioni interne in Iran aldilà della guerra in corso

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Iran, Parastoo Ahmadi condannata a 74 frustate - nella foto, Ahmadi

Parastoo Ahmadi | Hosseinronaghi — CC0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=156626858)

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

Iran – La cantante Parastoo Ahmadi è stata condannata a 74 frustate a Qom, in Iran, per essersi esibita senza hijab in un concerto trasmesso l’11 dicembre 2024. La motivazione, riportata dalla magistratura e dai media iraniani, parla di “lesione del pudore pubblico” per la produzione e la pubblicazione di “contenuti volgari e immorali su internet”. Oltre alla punizione corporale, gli otto imputati sono stati sottoposti al divieto di lasciare il paese e a due anni di interdizione dall’attività artistica; la vicenda è collegata alle proteste e ai dibattiti parlamentari sulla normativa sull’hijab.

Il concerto online nel 2024

Il concerto, trasmesso in diretta sul canale YouTube della cantante l’11 dicembre 2024, è stato realizzato in un vecchio caravanserraglio, senza pubblico. Ahmadi si è esibita insieme a sette tra musicisti e membri della produzione, su un palco scarsamente illuminato adornato da un grande tappeto persiano. Il video ha raccolto milioni di visualizzazioni, con alcune ricostruzioni che citano cifre fino a tre milioni.

Tutti i musicisti indossavano abiti neri, mentre Ahmadi sfoggiava un lungo abito con spalline sottili e un rossetto rosso scuro – dettagli che i media locali e internazionali hanno ampiamente riportato come simbolo della sfida al regime. Sotto il video, la cantante aveva scritto: “Sono una ragazza che vuole cantare per le persone che amo. È un diritto che non potevo ignorare: cantare per la terra che amo con tutta me stessa.”

Iran, gli arresti e la sentenza delle 74 frustate

“Due anni di divieto di svolgere attività artistiche, divieto di lasciare il Paese e 74 frustate per tutti noi”, ha scritto la videomaker Tahmineh Monzavi in un post su Instagram. Ahmadi, Monzavi, i musicisti e gli altri coinvolti nella produzione erano stati fermati nel dicembre 2024, pochi giorni dopo il concerto, e poi rilasciati su cauzione. Il caso aveva immediatamente suscitato ampie reazioni internazionali: più di 300 attivisti per i diritti umani, scrittori e giornalisti iraniani avevano pubblicamente condannato la situazione, mentre Amnesty International aveva espresso preoccupazione per quello che definì un tentativo delle autorità di “consolidare il già soffocante sistema di repressione”.

Come riportato su Fanpage, la magistratura aveva aperto un procedimento per aver eseguito “musica senza rispettare le norme legali e religiose”. Al termine del lungo iter giudiziario, la piattaforma di notizie iraniana Emtedad e altri media hanno riportato la sentenza definitiva emessa dal tribunale penale provinciale di Qom. L’accusa contestata è quella di aver “leso il pudore pubblico producendo e pubblicando contenuti volgari e immorali su internet“.

Dalla morte di Mahsa Amini alle discussioni parlamentari

La condanna arriva in un contesto segnato dalla crescente mobilitazione sviluppatasi dopo la morte di Mahsa Amini nel settembre 2022, quando la giovane curda fu arrestata dalla polizia morale per non aver indossato correttamente il velo e morì in custodia. Nelle settimane successive, migliaia di donne e uomini scesero in piazza al grido di “Donna, Vita, Libertà“, pagando un prezzo altissimo: secondo le stime delle Nazioni Unite, i morti durante le proteste furono almeno 551, tra cui 49 donne e 68 minori. Le onde di protesta si sono ritirate solo apparentemente, lasciando una scia di disobbedienza civile che ha di fatto eroso l’obbligo del velo nella pratica quotidiana.

Il regime ha risposto inasprendo i controlli: dall’aprile 2024 è stato implementato il cosiddetto Piano Noor, che ha intensificato la repressione attraverso sorveglianza digitale, riconoscimento facciale, confisca dei veicoli, corsi forzati di “moralità”, carcerazione e fustigazione. Sul fronte legislativo, il Consiglio dei Guardiani ha discusso norme più severe sul codice di abbigliamento. Il quotidiano Hamshahri ha scritto che il presidente Masoud Pezeshkian ha bloccato con un veto la legge sull’inasprimento delle sanzioni, rinviandola al Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Parlamentari e consiglieri hanno nel frattempo parlato della necessità di “limature” normative, mentre organismi internazionali e ONG continuano a documentare arresti e sanzioni contro attiviste e artiste.

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