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Giornata contro l’Aids: stabilità dei casi di Hiv, ma il vero problema sono le diagnosi tardive

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L'allarme di Lancet sull'AIDS

L'allarme di Lancet sull'AIDS | Pixabay @Pixelimage - alanews

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Milano, 1 dicembre 2025 – La Giornata contro l’Aids, che si celebra ogni anno il primo dicembre, arriva in Italia in un momento cruciale. Nonostante i progressi terapeutici e gli strumenti preventivi oggi a disposizione, l’Hiv continua a circolare in modo significativo, soprattutto tra i più giovani. L’ultimo bollettino del Centro operativo Aids dell’Istituto superiore di sanità (Iss) conferma la sostanziale stabilità nel numero di nuove diagnosi, ma richiama con forza l’attenzione su un problema che si trascina da anni: quello delle diagnosi tardive, ancora troppo frequenti per poter pensare di aver davvero voltato pagina.

Un medico intento a compilare un referto
Un medico intento a compilare un referto | Unsplash @Frederick Medina – Alanews.it

Nel 2024 sono state registrate 2.379 nuove diagnosi di Hiv, pari a 4 casi per 100mila residenti, leggermente inferiori ai 2.507 registrati nel 2023. Una diminuzione troppo lieve per essere considerata un trend. Come sottolineano gli esperti, i risultati ottenuti con la Profilassi Pre-Esposizione (PrEP) e con il “treatment as prevention” – cioè l’uso della terapia antiretrovirale come strumento per ridurre la trasmissibilità – avrebbero potuto tradursi in un calo più netto. Eppure il virus continua a circolare, spesso nascosto, spesso ignorato, spesso diagnosticato quando è ormai tardi.

Stabilità dei casi, ma allarme giovani e diagnosi tardive

Nella Giornata contro l’Aids 2024 il dato che più preoccupa riguarda la persistenza delle diagnosi tardive, che rappresentano il 60% dei nuovi casi. Una percentuale altissima, che indica come molte persone arrivino al test solo quando compaiono i primi sintomi importanti o quando il sistema immunitario è già compromesso. Non a caso, l’83,6% delle nuove diagnosi di Aids riguarda persone che hanno scoperto la sieropositività nei sei mesi precedenti.

Ma c’è un altro elemento che accende un campanello d’allarme: la quota di giovani. Circa il 20% delle nuove diagnosi riguarda infatti persone sotto i 29 anni, segno che tra le nuove generazioni il virus continua a circolare senza essere intercettato per tempo. Un dato che preoccupa particolarmente gli esperti, perché indica una fragilità nelle strategie di prevenzione, informazione e test, in una fascia d’età in cui la percezione del rischio sembra essere calata.

La trasmissione sessuale resta la via predominante: il 46% dei casi riguarda eterosessuali, mentre il 41,6% riguarda maschi che fanno sesso con maschi. Numeri che mostrano come l’Hiv non sia affatto un fenomeno circoscritto, ma trasversale, e che richiedono una comunicazione più efficace e una formazione mirata sull’educazione sessuale e affettiva.

A sottolinearlo è Cristina Mussini, vicepresidente della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit), che avverte: “La stabilità dei casi non deve illudere. Gli strumenti per prevenire ci sono, ma non riusciamo ancora a far emergere il sommerso”. Una chiamata a coinvolgere scuole, famiglie, istituzioni e operatori sanitari in un impegno congiunto che possa realmente ridurre l’incidenza del virus nel Paese.

Terapie efficaci, ma l’Europa fallisce sui test precoci

Sul fronte terapeutico, le notizie sono invece più incoraggianti. Oggi oltre il 95% delle persone in terapia antiretrovirale raggiunge la soppressione virale, trasformando l’Hiv in una condizione cronica controllabile e non trasmissibile (U=U). Una rivoluzione terapeutica che non solo allunga e migliora la qualità della vita, ma rappresenta anche un’arma formidabile di prevenzione. Rimane tuttavia un 5% di persone che non riesce a sopprimere la viremia, spesso per problemi di aderenza alla terapia: qui entrano in gioco i nuovi farmaci long acting, che con una singola iniezione ogni due mesi promettono di migliorare la continuità delle cure.

Ma se i progressi clinici sono evidenti, lo scenario europeo tratteggia un quadro ben più complesso. Secondo il nuovo report congiunto dell’Ecdc e dell’Oms Europa, il continente sta fallendo nei test e nella diagnosi precoce dell’Hiv: nel 2024 oltre la metà delle infezioni rilevate è stata diagnosticata troppo tardi. Una criticità che rischia di compromettere l’obiettivo Onu di porre fine all’Aids come minaccia per la salute pubblica entro il 2030.

La regione europea dell’Oms ha registrato nel 2024 oltre 105mila nuove diagnosi, e il 54% di queste è stata tardiva. Tra i Paesi dell’Unione europea e dello Spazio economico europeo, le nuove diagnosi sono state 24.164 (5,3 casi ogni 100mila abitanti). Numeri che indicano lacune nei sistemi sanitari, scarsa percezione del rischio e insufficiente accesso ai test.

In questa Giornata contro l’Aids, il messaggio che arriva da esperti e istituzioni è chiaro: le armi per fermare l’Hiv esistono, ma vanno usate meglio. Senza diagnosi precoci, informazione, prevenzione e coinvolgimento delle comunità giovanili, la battaglia non potrà dirsi vinta.

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