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Microsoft Teams e non solo: i sistemi che sorvegliano ciò che fai mentre lavori

Dalla nuova funzione che traccia la presenza ai software che analizzano ogni attività digitale: il controllo sul lavoro diventa sempre più capillare

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Il logo di Microsoft

Il logo di Microsoft | Shutterstock @JHVEPhoto - Alanews.it

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Nel 1791 il filosofo inglese Jeremy Bentham concepì il modello di una prigione ideale: una torre centrale da cui il sorvegliante poteva controllare ogni cosa, mentre i detenuti non avevano mai la certezza di essere osservati. La chiamò Panopticon, “il luogo in cui tutto è visibile”. Da allora, quella immagine è riemersa periodicamente ogni volta che una nuova tecnologia ha promesso maggiore controllo, trasparenza ed efficienza. Oggi, nell’era del lavoro digitale, quel Panopticon sembra essersi insinuato senza far rumore nei computer aziendali, nelle piattaforme di collaborazione e perfino nelle reti Wi-Fi degli uffici. L’episodio più recente riguarda Microsoft Teams: una nuova funzione, attesa per dicembre 2025, registrerà automaticamente quando un dipendente entra o esce dall’edificio. Una sorta di spia digitale che aggiorna in tempo reale la nostra presenza. Forse è un semplice dettaglio. Ma è proprio nei dettagli che il Panopticon moderno prende corpo.

Una donna intenta a usare un computer
Alanews.it

Microsoft Teams e il nuovo confine della presenza digitale

Semplificando, la nuova funzione di Teams farà questo: collegandosi al Wi-Fi aziendale, l’app aggiornerà lo stato di un utente, segnalando se è “in ufficio”, “da remoto” o “fuori sede”. Quando il dispositivo si disconnette dalla rete, l’app lo registrerà come “fuori dall’edificio”. La funzione, stando a quanto indicato nella Microsoft 365 Roadmap, sarà disattivata di default. Ma saranno gli amministratori di sistema — i tenant admins — ad avere il potere di attivarla e renderla obbligatoria. In alcune aziende, dunque, la scelta dei lavoratori potrebbe essere un’illusione.

Il tempismo non è casuale. Con il ritorno in ufficio post-pandemico, le aziende hanno intensificato i sistemi di controllo, non solo per verificare presenze o accessi: oggi il tracciamento riguarda attività digitali, velocità di risposta, produttività individuale. Slack, Google Workspace, Zoom e altre piattaforme stanno ampliando i loro strumenti di analisi, spesso con l’argomento rassicurante del “miglioramento dell’efficienza organizzativa”. Ma l’efficienza, come la sorveglianza, ha un prezzo.

Dai tasti premuti alle webcam: la normalizzazione del “bossware”

Negli ultimi anni, il monitoraggio dei dipendenti ha superato la semplice timbratura. Il lavoro digitalizzato ha aperto la strada a software che registrano tasti premuti, mouse mosso o fermo, screenshot periodici o improvvisi, GPS dei dispositivi mobili, fino alle app che scattano foto casuali durante il telelavoro. Il New York Times ha rivelato nel 2022 che otto grandi aziende private su dieci controllano la produttività dei dipendenti. Non più un’eccezione, ma una nuova normalità.

Karen Levy, professoressa alla Cornell University ed esperta di sorveglianza sul posto di lavoro, lo ha spiegato chiaramente: i manager sono sempre più interessati a monitorare attenzione e attività dei dipendenti, e ora hanno molta più possibilità di farlo perché quasi tutte le comunicazioni avvengono tramite canali digitali. In alcuni casi, le aziende installano orologi che leggono le impronte digitali per registrare ingressi e uscite, o addirittura webcam che studiano i movimenti oculari per misurare l’attenzione.

I precedenti non mancano. In Francia, Amazon è stata multata per 32 milioni di euro a causa di un sistema di monitoraggio considerato “eccessivamente intrusivo”, che tracciava ogni pausa e movimento nei magazzini. Nel Regno Unito, un’inchiesta del Guardian ha rivelato che un terzo delle aziende utilizza “bossware”, software progettati per tracciare in modo capillare l’attività dei dipendenti. HSBC, invece, sta aumentando il numero di telecamere nei suoi uffici globali, raddoppiando i lettori biometrici e introducendo sistemi di intelligenza artificiale per analizzare le attività degli operatori. Il controllo non si ferma più alla performance: osserva anche come i lavoratori comunicano, con che tono, con quali tempi.

Tra legge e psicologia: i limiti del Panopticon digitale

L’Europa prova a mettere dei freni. Il GDPR stabilisce che ogni trattamento dei dati debba essere lecito, proporzionato e trasparente. Ma la realtà è più sfumata: come ricorda Eurofound, le normative degli Stati membri spesso non sono adeguate ai ritmi delle tecnologie digitali. E mentre la legge procede lentamente, i software evolvono velocemente.

Il paradosso è evidente: l’ossessione per il controllo nasce con l’obiettivo di aumentare la produttività. Ma può produrre l’effetto opposto. Quando un lavoratore si sente osservato di continuo, l’autonomia si riduce, la fiducia si incrina, la motivazione cala. Il Panopticon non punisce: suggerisce, insinua, condiziona. E, nel lungo periodo, corrode il rapporto tra persone e organizzazioni. Come avverte Eurofound, “qualsiasi monitoraggio intrusivo può aumentare conformità a breve termine, ma non paga nel lungo termine”.

Forse il punto è proprio questo: non si tratta di scegliere tra efficienza o privacy, ma tra un modello di lavoro basato sulla fiducia o uno fondato sulla sorveglianza. E il futuro del nostro modo di lavorare passerà da questa scelta. Nell’ombra della torre centrale, il Panopticon continua a guardarci.

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