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Gaza, Netanyahu ordina “immediati e potenti raid” sulla Striscia. Vance: “Solo scaramucce”

La decisione del premier israeliano segue nuove tensioni con Hamas sui corpi degli ostaggi riconsegnati

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Marco Andreoli di Marco Andreoli

Classe 1999, ho studiato Storia alla Statale di Milano. Dal 2021 scrivo per diverse testate, dal calcio dilettantistico per Sprint e Sport, alla cronaca nazionale per Il Giornale d'Italia, mantenendo anche un focus particolare sugli Esteri.

Tel Aviv, 28 ottobre 2025 – Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha ordinato un’intensificazione immediata dei raid militari nella Striscia di Gaza, in risposta a una nuova escalation di tensioni con il movimento islamista palestinese Hamas. L’ufficio del premier ha confermato che, a seguito di consultazioni sulla sicurezza, l’esercito israeliano è stato incaricato di condurre “immediati e potenti attacchi” contro obiettivi nella Striscia, accusando Hamas di aver violato il cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti.

Hamas ha annunciato di conseguenza di aver “rinviato” la consegna di un corpo di un ostaggio, in programma originariamente per questa sera.

La ripresa dei raid a Gaza

Dopo una riunione d’emergenza il premier Benjamin Netanyahu ha ordinato massicci raid su Gaza, in risposta a quelle che ha definito “violazioni commesse da Hamas” rispetto all’accordo in corso.

Il “casus belli” è stato ieri sera, quando a Israele è stata consegnata una bara con i resti di un ostaggio il cui corpo era già tornato a dicembre 2023 e che non figurava tra i 13 attesi. Oggi Israele ha divulgato “la prova che Hamas sta mentendo“, con immagini delle operazioni sul corpo riesumato e poi sepolto di nuovo. Si tratterebbe del soldato Ofir Tzarfati, morto in cattività per le ferite subite durante il rapimento.

Testimoni e riservisti dell’IDF affermano che Hamas avrebbe organizzato una messa in scena. Un video ripreso da un drone militare e diffuso dalla Radio dell’Esercito mostrerebbe miliziani scavare nella zona orientale di Gaza City, estrarre un corpo da un edificio vicino, deporlo nella buca, ricoprirlo di terra e chiamare la Croce Rossa per assistere allo “scavo”.

Le identificazioni sono state effettuate all’istituto forense Abu Kabir di Tel Aviv. L’ufficio del premier ha definito l’accaduto un’aperta violazione del patto di tregua. I commenti più duri sono venuti dal ministro Itamar Ben Gvir, che ha chiesto ritorsioni: “Basta con le esitazioni: Netanyahu dia l’ordine di distruggerlo“. Anche il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha sollecitato la convocazione del gabinetto di sicurezza: “Non possiamo permettere che i cittadini israeliani siano derisi e di giocare con le emozioni delle famiglie degli ostaggi caduti”.

Accuse di violazioni

Dopo il cessate il fuoco entrato in vigore con l’accordo firmato a Sharm El-Sheikh, le ostilità nella Striscia di Gaza avrebbero dovuto fermarsi. Il piano presentato da Donald Trump prevedeva una tregua tra Hamas e Israele, durante la quale le parti avrebbero rispettivamente consegnato tutti gli ostaggi israeliani (vivi e morti) e liberato migliaia di prigionieri palestinesi detenuti. In concomitanza, le Idf avrebbero iniziato a ritirarsi “gradualmente” dalla Striscia e Hamas avrebbe dovuto iniziare il processo di disarmo, in modo tale da procedere con le successive fasi del piano.

Nonostante la firma del piano, i fatti non hanno fatto seguito alle parole. Entrambi gli schieramenti hanno più volte violato la tregua, in risposta a presunte violazioni avversarie; più volte Israele ha lanciato raid contro la Striscia di Gaza sostenendo che fossero attacchi “contro obbiettivi ostili di Hamas“. Di recente, il Netanyahu aveva affermato di aver sganciato sull’enclave palestinese oltre 150 tonnellate di bombe, in risposta ad alcuni attacchi di Hamas a soldati delle Idf. Attacchi che l’organizzazione islamista ha negato di aver compiuto. “Il cessate il fuoco sta tenendo. Credo che la pace a Medio Oriente resisterà nonostante le scaramucce”, si è limitato a dire JD Vance.

Hamas dal canto suo ha effettuato alcune esecuzioni pubbliche di militanti di bande armate “che cooperavano con Israele”, e avrebbe attaccato alcune postazioni dell’Idf.

 

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