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Gaza, la fotoreporter Valerie Zink lascia Reuters: “Non posso più accettare il silenzio”

Reuters, secondo la fotografa, ha scelto di pubblicare senza alcuna verifica la versione israeliana che accusava Anas al-Sharif di essere un agente di Hamas, una narrazione definita da Zink come “una delle innumerevoli menzogne” reiterate dai media occidentali

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Valerie Zink si dimette da Reuters

Valerie Zink si dimette da Reuters | Facebook

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Gaza, 27 agosto 2025 – La fotoreporter canadese Valerie Zink ha ufficialmente annunciato le sue dimissioni dall’agenzia di stampa britannica Reuters dopo otto anni di collaborazione esterna, denunciando con forza il ruolo che l’agenzia avrebbe avuto nel giustificare e favorire l’uccisione sistematica di giornalisti nella Striscia di Gaza da parte delle Israel Defense Forces (IDF). La decisione è stata motivata da una serie di eventi tragici, fra cui l’uccisione di cinque reporter all’interno dell’ospedale Nasser di Khan Younis, vittime di un attacco militare definito “double tap” da Zink, ovvero un raid aereo seguito da un secondo colpo mirato a soccorritori e giornalisti intervenuti sul luogo.

La denuncia di Valerie Zink contro Reuters e la propaganda mediatica

Valerie Zink ha espresso il suo disappunto con un gesto simbolico e potente: ha pubblicato su Facebook una fotografia del proprio tesserino stampa di Reuters tagliato a metà, accompagnata da un duro messaggio in cui accusa l’agenzia di aver ripetutamente pubblicato propaganda israeliana senza verificarne l’attendibilità, contribuendo così a creare un clima di impunità che ha portato alla morte di almeno 246 giornalisti a Gaza dall’inizio dell’offensiva israeliana nell’ottobre 2023.

Zink ha ricordato il caso emblematico di Anas al-Sharif, il corrispondente di Al Jazeera vincitore del Premio Pulitzer, ucciso insieme alla sua troupe a Gaza City il 10 agosto 2025. Reuters, secondo la fotografa, ha scelto di pubblicare senza alcuna verifica la versione israeliana che lo accusava di essere un agente di Hamas, una narrazione definita da Zink come “una delle innumerevoli menzogne” reiterate dai media occidentali. Tale atteggiamento, ha aggiunto, non ha risparmiato nemmeno i giornalisti dell’agenzia stessa: tra le vittime dell’attacco all’ospedale Nasser figura infatti il cameraman di Reuters Hossam al-Masri.

La fotoreporter ha inoltre sottolineato come la copertura mediatica occidentale, ripetendo senza verifica le affermazioni israeliane, abbia contribuito a “rendere possibile l’uccisione di più giornalisti in due anni su una piccola striscia di terra rispetto a quanto avvenuto nelle guerre mondiali, in Corea, Vietnam, Afghanistan, Jugoslavia e Ucraina messe insieme.” Zink ha definito questo comportamento un “abbandono volontario della più elementare responsabilità del giornalismo”, che ha aperto la strada a quella che lei chiama “una pulizia etnica mascherata da guerra”.

Il contesto del conflitto e le accuse di crimini di guerra

Dopo gli attacchi del 7 ottobre 2023 da parte di Hamas, che hanno causato la morte di circa 1.200 israeliani e numerosi ostaggi, Israele ha lanciato una massiccia offensiva militare nella Striscia di Gaza. Secondo le stime aggiornate, oltre 62.700 palestinesi sono stati uccisi, mentre la popolazione è stata sottoposta a un blocco totale che ha provocato una grave carestia. Nel novembre 2024, la Corte penale internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto per il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu e per il suo ex ministro della Difesa Yoav Gallant, accusandoli di crimini di guerra e crimini contro l’umanità a Gaza. Parallelamente, Tel Aviv deve affrontare accuse di genocidio davanti alla Corte internazionale di giustizia.

L’attacco all’ospedale Nasser del 26 agosto 2025, che ha causato la morte di almeno 21 persone tra medici e giornalisti, tra cui Mohammad Salama di Al Jazeera e Mariam Abu Daqqa, freelance per l’Associated Press, ha suscitato una forte condanna internazionale. Il Sindacato dei Giornalisti Palestinesi ha definito l’aggressione “una guerra aperta contro i media liberi”, mentre la relatrice speciale ONU Francesca Albanese ha esortato la comunità internazionale a imporre un embargo sulle armi e sanzioni per rompere il blocco imposto a Gaza.

Hamas e il ruolo nel conflitto israelo-palestinese

Per comprendere il contesto più ampio, è utile ricordare che Hamas, acronimo di Harakat al-Muqawama al-Islamiya (“Movimento di Resistenza Islamica”), è un’organizzazione politica e militare palestinese islamista sunnita, fondata nel 1987 da Ahmed Yassin come braccio operativo dei Fratelli Musulmani in Palestina. Hamas governa la Striscia di Gaza dal 2007, dopo aver vinto le elezioni legislative palestinesi del 2006 e aver preso il controllo dell’area in seguito a uno scontro armato con Fatah.

Il movimento è considerato un’organizzazione terroristica da molti Stati occidentali, tra cui Israele, Stati Uniti e Unione Europea, mentre per altri rappresenta una legittima forza di resistenza. Hamas è noto per il suo braccio militare, le Brigate Izzeddin al-Qassam, responsabili di numerosi attacchi armati contro Israele. Il 7 ottobre 2023, Hamas ha lanciato un massiccio attacco a sorpresa contro il sud di Israele, uccidendo centinaia di persone e prendendo ostaggi, evento che ha scatenato la guerra ancora in corso nella Striscia di Gaza.

Nonostante le pressioni militari e politiche, Hamas rimane profondamente radicato nella popolazione di Gaza, con un forte sostegno sociale grazie a programmi di assistenza sanitaria, istruzione e servizi pubblici. La leadership politica del movimento è attualmente divisa tra esiliati e dirigenti sul terreno, tra cui la figura di Yahya Sinwar che sovrintende le operazioni nella Striscia.

Reazioni internazionali e richieste di giustizia dopo il caso di Valerie Zink-Reuters

L’uccisione di giornalisti e operatori sanitari ha suscitato dure reazioni a livello globale. Il presidente francese Emmanuel Macron ha definito “intollerabili” gli attacchi e ha sottolineato la necessità di proteggere i giornalisti in ogni circostanza. Germania e Spagna hanno richiesto un’indagine indipendente, mentre il Segretario agli Esteri britannico David Lammy ha chiesto un cessate il fuoco immediato. Paesi come Turchia, Qatar, Iran, Egitto e Arabia Saudita hanno condannato gli attacchi come crimini di guerra e violazioni della libertà di stampa, mentre l’Organizzazione della Cooperazione Islamica ha denunciato un attacco diretto contro i media liberi.

Il Comitato per la Protezione dei Giornalisti ha sollecitato la comunità internazionale a ritenere Israele responsabile per gli “attacchi illegali continui contro la stampa”. Secondo Al Jazeera, il numero di giornalisti e operatori dei media uccisi a Gaza dall’inizio del conflitto ha superato quota 273, segnando un primato tragico nella storia contemporanea del giornalismo in zone di guerra.

Valerie Zink, con la sua scelta di uscire da Reuters, si unisce a un coro crescente di voci critiche che denunciano la manipolazione mediatica e chiedono un’informazione più imparziale e rispettosa del lavoro e della vita di chi documenta il conflitto sul campo.

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