Il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha annunciato l’uccisione di Mohammed Odeh, indicato da Israele come nuovo capo dell’ala militare di Hamas nella Striscia di Gaza. La conferma è arrivata con un post pubblicato su X, dopo l’attacco condotto martedì 26 maggio dall’Idf a Gaza City.
Secondo la versione israeliana, Odeh avrebbe assunto un ruolo di vertice dopo la morte di Izz al-Din al-Haddad, ucciso in un precedente raid. Katz ha definito l’operazione un successo dell’esercito israeliano e dello Shin Bet, ribadendo l’obiettivo dichiarato del governo: colpire tutti i responsabili del massacro del 7 ottobre 2023 e impedire ad Hamas di tornare a governare Gaza, sia sul piano militare sia su quello civile.
Hamas, al momento, non risulta aver confermato ufficialmente né la nomina di Odeh né la sua morte. Per questo, la notizia resta legata alla ricostruzione israeliana, rilanciata anche dai media internazionali. Secondo fonti sanitarie locali, il raid avrebbe provocato vittime e feriti anche tra i civili.
Katz rilancia il piano per Gaza e annuncia la morte del nuovo capo militare di Hamas
Nello stesso intervento pubblico, Katz ha rilanciato anche il cosiddetto piano di “emigrazione volontaria” dalla Striscia di Gaza, uno dei punti più controversi della linea israeliana sul futuro del territorio palestinese. Il ministro ha sostenuto che il piano sarà attuato “al momento giusto e nel modo giusto”, collegandolo alla strategia più ampia di estromissione di Hamas dalla gestione della Striscia.
La formula utilizzata dal governo israeliano continua però a suscitare forti critiche sul piano internazionale. Il nodo riguarda la reale volontarietà degli spostamenti in un territorio devastato dalla guerra, con gran parte della popolazione sfollata e in condizioni umanitarie estremamente difficili.
La pressione si sposta anche sul Libano
Il fronte di Gaza si intreccia con quello libanese. Secondo quanto riportato dai media israeliani, il primo ministro Benjamin Netanyahu avrebbe avuto un colloquio telefonico con il presidente americano Donald Trump al termine di una riunione del gabinetto di sicurezza. La telefonata sarebbe arrivata mentre Israele intensifica la campagna militare contro Hezbollah in Libano.
Gli Stati Uniti, secondo le stesse ricostruzioni, avrebbero invitato Israele a non colpire Beirut per non compromettere i colloqui in corso con l’Iran. Nel frattempo, nel sud del Libano sono proseguiti i raid israeliani. Il ministero della Salute libanese ha riferito di 31 morti e 40 feriti negli attacchi di martedì, uno dei bilanci più pesanti delle ultime settimane.
L’appello della Cina e il segnale da Teheran
Sul piano diplomatico, la Cina prova a ritagliarsi un ruolo di mediazione. Il ministro degli Esteri Wang Yi ha rinnovato l’appello a mantenere il cessate il fuoco e ha espresso l’auspicio che Stati Uniti e Iran possano arrivare presto a un compromesso.
Da Teheran arrivano intanto segnali contrastanti. Da una parte l’Organizzazione per l’aviazione civile iraniana ha annunciato la prevista riapertura dell’aeroporto internazionale di Tabriz, dopo le interruzioni causate dal conflitto con Stati Uniti e Israele. Dall’altra, esponenti dei Guardiani della rivoluzione continuano a usare toni duri: Mohammad Akbarzadeh, della Marina dei Pasdaran, ha definito improbabile una ripresa della guerra con Washington, ma ha avvertito che le forze iraniane restano pronte a reagire a eventuali nuove aggressioni.
La situazione resta quindi sospesa tra escalation militare e canali diplomatici ancora aperti. Gaza, Libano e Iran continuano a essere tasselli dello stesso quadro regionale, in cui ogni attacco rischia di incidere sui negoziati e sugli equilibri tra Washington, Tel Aviv, Teheran e gli attori internazionali coinvolti.
