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Vite sospese tra videogiochi e solitudine: cosa spinge i giovani a diventare hikikomori e che cosa significa questo fenomeno

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Vite sospese tra videogiochi e solitudine: cosa spinge i giovani a diventare hikikomori e che cosa significa questo fenomeno
Andrea Casamassima di Andrea Casamassima

Immagina una vita in cui il giorno e la notte si scambiano di posto, dove la stanza diventa un rifugio inviolabile e il silenzio si trasforma in una coperta che scalda ma allo stesso tempo isola. Questo è il mondo degli hikikomori, una realtà sempre più diffusa anche in Italia.
Giovani, spesso tra i 14 e i 30 anni, scelgono o finiscono per ritirarsi completamente dalla vita sociale, tagliando ogni legame con l’esterno. Il loro universo si restringe a quattro mura: di giorno dormono o restano in penombra, di notte si connettono a Internet, giocano online, guardano streaming o navigano sui social, trovando in quel mondo virtuale una sostituzione del contatto umano. All’origine di questo ritiro ci sono spesso fattori profondamente intrecciati: bullismo vissuto a scuola, fallimenti scolastici, pressioni familiari eccessive, timidezza estrema, ansia sociale o fragilità emotiva. A questo si aggiungono contesti culturali che premiano il successo e stigmatizzano il fallimento, rendendo l’idea di affrontare il mondo esterno quasi insostenibile. Quella che inizialmente sembra una protezione, col tempo si trasforma in una gabbia invisibile che alimenta paura, insicurezza e perdita di fiducia in sé stessi.

Come si manifesta il ritiro e perché inizia

Il percorso che porta a diventare hikikomori è quasi sempre graduale. All’inizio il giovane comincia a evitare alcune situazioni sociali, poi smette di frequentare la scuola o il lavoro, fino a interrompere del tutto ogni uscita. La connessione digitale diventa il filo che lo tiene legato al mondo: chat, videogiochi, forum e video sostituiscono gli incontri reali. Nella stanza, lo schermo è il fulcro della vita quotidiana, il telefono squilla raramente e il cibo arriva alla porta. Gli interessi cambiano o svaniscono: chi amava disegnare smette di farlo, chi aveva una cerchia di amici la perde, chi era motivato nello studio interrompe ogni impegno. Spesso il ritiro è innescato da un evento scatenante: una bocciatura, un’umiliazione pubblica, un conflitto familiare o un cambiamento improvviso che frantuma l’equilibrio emotivo. In questa condizione, il tempo scorre in modo diverso: le giornate si somigliano tutte, la percezione del passare delle settimane si attenua e la vita all’esterno perde colore e importanza.

Ripartire: la via del ritorno è lenta ma possibile

Riconnettersi con il mondo reale non è semplice e non può avvenire all’improvviso. Il percorso di uscita richiede piccoli passi: aprire le tende per far entrare la luce, accettare una breve conversazione con una persona fidata, uscire per pochi minuti in un luogo sicuro. Il sostegno di figure empatiche — psicologi, educatori, ma anche familiari capaci di ascoltare — è fondamentale per evitare forzature che potrebbero peggiorare l’isolamento. La prevenzione gioca un ruolo chiave: riconoscere segnali come l’abbandono delle passioni, il calo scolastico, la chiusura in camera per gran parte della giornata può permettere di intervenire prima che il ritiro diventi cronico. Gli hikikomori non sono “pigri” o “asociali”: sono persone intrappolate in un conflitto interiore tra la paura di affrontare il mondo e il desiderio di tornare a farne parte. Offrire comprensione, pazienza e percorsi personalizzati significa dare loro una possibilità concreta di rinascere, restituendo colore e movimento a vite che per troppo tempo sono rimaste sospese.

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