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ESCLUSIVA – Cuba, l’Italia all’Onu si astiene su revoca embargo. Gianni La Bella: “È un Paese alla fame, l’astensione italiana non ha senso”

Il docente critica la svolta di Roma: "Rischiamo di perdere autonomia diplomatica". E avverte: "Non avere più acqua, luce e medicine è condannare la gente all’inferno"

29 Ottobre 2026
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Cuba

Alanews

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Dopo 34 anni, l’Italia cambia posizione all’Onu e si astiene sulla risoluzione contro l’embargo statunitense a Cuba. Una scelta che segna una discontinuità nella politica estera italiana e che ha suscitato le critiche delle opposizioni, mentre la Farnesina ribadisce la vicinanza al popolo cubano. Una contraddizione apparente, soprattutto alla luce della cooperazione sanitaria tra Roma e L’Avana, con centinaia di medici cubani impegnati negli ospedali calabresi per fronteggiare la carenza di personale. Sullo sfondo, il ringraziamento di Donald Trump e gli equilibri internazionali che legano l’Italia agli Stati Uniti. Per comprendere la portata della decisione e le sue possibili conseguenze, ai microfoni di Alanews è intervenuto Gianni La Bella, docente di Storia contemporanea all’Università di Modena e Reggio Emilia e referente per l’America Latina della Comunità di Sant’Egidio. “In una risoluzione sull’embargo, una terza posizione non ha senso”, osserva subito il professore, che richiama anche la crisi umanitaria e demografica dell’isola.

Questo cambio di passo rappresenta un’eccezione legata all’attuale amministrazione Trump, o rischierà di segnare la fine dell’autonomia e della tradizione della diplomazia italiana nei confronti di Cuba?

Un pochino temo la seconda opzione. L’America Latina, a parte l’arcipelago brasiliano, è scivolata in una situazione di sovranità limitata come mai prima d’ora. Questo rischia di tramutarsi in una posizione di neutralità che non ha senso perché ovviamente tutta l’America Latina si sta avviando verso un dominio indiretto americano molto forte con un ritorno in grande stile di basi militari. Quindi se questa è l’antifona di una musica che il nostro governo vuole suonare, io penso che questo creerà parecchi problemi da questo punto di vista. Perché l’America Latina ha più che mai bisogno invece di una grossa attenzione a quelli che sono i temi dei diritti umani, della democrazia, dell’aiuto socio-economico. Se vai nella periferia di Caracas non è che è tanto diverso da Cuba in questo momento.

La Farnesina ha ribadito in una nota la vicinanza al popolo cubano. Quanto pesa, nella diplomazia internazionale, questa discrepanza tra le dichiarazioni umanitarie e le decisioni concrete?

Pesa molto. L’Italia e altri Paesi dell’Ue hanno sempre avuto un rapporto privilegiato con Cuba. Anzi, noi siamo stati anche in un certo senso “delegati” dall’Unione Europea o dalla Comunità Economica Europea a rappresentare la politica dell’Unione nei confronti di questo Paese dell’America Latina. Quindi tutto ciò è non solo in controtendenza, ma soprattutto in una situazione come questa rappresenta un vero “no sense”. Io ho vissuto in forma un po’ ravvicinata lo sforzo posto in atto da Papa Francesco di mettere fine all’embargo durante la presidenza Obama e al ripristino delle relazioni diplomatiche tra gli Stati Uniti e Cuba. Sembrava l’alba di un tempo nuovo, il tempo del rinascimento, della resurrezione di Cuba. Non è che parliamo di chissà quale governo estremista, che però aveva rappresentato una strada. Non c’è niente e nessuna motivazione che possa spingere per una penalizzazione di un Paese che è già allo stremo sotto ogni punto di vista.

Dal punto di vista umanitario e sociale, qual è il costo concreto che questa scelta di astensione – e il conseguente indebolimento della pressione internazionale sull’embargo – scarica sulla gente comune a Cuba?

Tutte le agenzie di aiuto internazionale hanno estreme difficoltà a fare arrivare a Cuba degli aiuti umanitari. L’embargo significa che le navi che portano questi aiuti non possono attraccare nei porti cubani, sono oggetti di negoziazioni infinite e gli aiuti rimangono stivati nei container per mesi e mesi nell’attesa che si completino complicatissime pratiche burocratiche di cui nessuno sa l’inizio e la fine, perché non hanno senso. Tutto ciò è oggettivamente catastrofico. Cuba è un Paese alla fame in tutti i sensi. A livello sanitario, non ci sono più le medicine: avere il diabete a Cuba o la pressione è alta significa morire. E’ un dato impressionantemente reale, ecco perché poi si rimane attoniti tra la schizofrenia di quello che nella prassi avviene e questi comportamenti pubblici che poi l’alimentano. Basta guardare anche quanti altri Paesi si sono poi di conseguenza accodati. E’ una cosa che non ha veramente senso: prendere il potere in un’isola in cui non c’è niente. E’ un Paese che vive della canna da zucchero, da Cuba oltre questo non si porta via nient’altro. Il popolo cubano può essere distrutto da queste misure che non dicono nulla sul piano umanitario e non aggiungono assolutamente nulla sul piano geopolitico.

Quando la diplomazia ufficiale adotta posizioni di schieramento più rigide o subordinate alle logiche di una superpotenza, quali spazi di manovra e di mediazione restano alla diplomazia informale e umanitaria?

Cose come questa non è che aiutino. Tuttavia, io credo che nel mondo delle ONG, nella società civile, nel mondo della diplomazia informale e umanitaria, sono in tanti a muoversi, a desiderare e a non accettare in forma così risolutiva e draconiana misure come queste. Quindi cercare in ogni modo degli spazi per tenere aperti dei canali che sono dei canali umanitari che possono avere anche importanti ricadute sul piano politico. La relazione tramite la parola è la genesi dei cambiamenti. Condannarsi a distanza congela la storia, pietrifica le situazioni così come sono e non risolvono niente. Perché poi la maggior parte della gente deve mettere in piedi il pranzo con la cena. Non avere più l’acqua corrente, la luce, le medicine è condannare la gente all’inferno.

Mentre Roma si astiene all’Onu, centinaia di medici cubani lavorano negli ospedali calabresi per compensare la carenza di personale sanitario. Non c’è il rischio che questo “doppio binario” diplomatico finisca per compromettere o mettere in imbarazzo gli accordi presi?

Si deve ricordare l’importanza che questa spontanea collaborazione è venuta da Cuba durante gli anni del Covid. Una collaborazione, almeno in un primo momento, non richiesta ma offerta dal governo cubano. La storia dell’Italia con Cuba è anche una storia interpersonale. Sono tanti gli italiani che si sono sposati con persone cubane. C’è anche un vissuto interpersonale molto forte che lega l’Italia a Cuba. Non penso ci sia il rischio di compromettere la collaborazione. Penso che si troveranno le strade perché questa cooperazione dal basso continui, si dispieghi e venga portata avanti cercando tutti i canali possibili e immaginabili per realizzarla. Ovviamente con la decisione di oggi c’è il rischio però che le difficoltà aumentino.

Di fronte a un’amministrazione Trump che ringrazia per la linea dura e a un’Europa più cauta, quali spazi effettivi rimangono oggi per la diplomazia parallela e per il dialogo umanitario?

Gli spazi che bisogna costruire giorno per giorno cercando gli interlocutori, muovendoci nei pertugi della storia, cercando di raggiungere direttamente i contesti in cui si è costretti a operare. Ma anche sensibilizzare le istituzioni, lavorare per il ripristino degli spazi multilaterali che in questo momento sono penalizzati e mortificati in ogni modo. E, in questa maniera, mantenere in atto una rete che in tante situazioni e per tante persone rimane una rete di salvezza.

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