Antonella Elia ha raccontato di aver affrontato un tumore ovarico borderline, per il quale ha subito l’asportazione delle ovaie e delle tube. La conduttrice ha parlato anche dei controlli rimandati, nonostante fosse a conoscenza di una situazione di rischio. Dopo l’intervento, ha pubblicato sui social un messaggio per ringraziare le persone che le sono state vicine, dedicando un pensiero anche ai medici che l’hanno seguita: “Grazie alla prof. Anna Fagotti e al suo straordinario staff medico”.
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Proprio con Anna Fagotti, direttrice dell’UOC di Ginecologia Oncologica e Carcinoma Ovarico del Policlinico Gemelli di Roma, professoressa ordinaria di Ginecologia e Ostetricia, direttrice della Scuola di Specializzazione e del Master internazionale di II livello in Ginecologia Oncologica (ESGO Fellowship), nonché già presidente della Società Europea di Ginecologia Oncologica, abbiamo approfondito alcuni aspetti della malattia. Quanto conta la familiarità? Quando è necessario asportare le ovaie e quali alternative esistono, soprattutto per le donne più giovani? E quali controlli è importante non rimandare, considerando che per il tumore ovarico non esistono test di screening efficaci nella popolazione generale?
Una storia familiare di tumori ovarici o mammari può rappresentare un campanello d’allarme? Quando è opportuno valutare una possibile predisposizione genetica?
“Una storia familiare significativa di tumori ovarici, mammari o di altre neoplasie associate può suggerire l’opportunità di una consulenza genetica. In presenza di una predisposizione ereditaria accertata, è importante definire con un’équipe specialistica un percorso personalizzato di gestione del rischio, che può comprendere strategie di riduzione del rischio e valutazioni specifiche in base all’età e alla storia clinica.”
Nel caso della conduttrice si è arrivati all’asportazione delle ovaie e delle tube. In quali circostanze è necessario un intervento di questo tipo e quali alternative possono essere valutate, soprattutto nelle pazienti più giovani?
“Oggi sappiamo che in alcune categorie a basso rischio si può eseguire una chirurgia fertility sparing sulle ovaie.
La scelta dell’intervento dipende dal tipo di tumore, dalle sue caratteristiche, dall’estensione della malattia e dall’età della paziente, oltre che dal suo eventuale desiderio di preservare la fertilità. In alcune pazienti selezionate con tumore ovarico borderline, soprattutto in giovane età e in presenza di caratteristiche favorevoli, è possibile valutare una chirurgia conservativa, preservando l’ovaio controlaterale e, in casi selezionati, parte dell’ovaio interessato e l’utero.
Questa strategia consente di preservare la funzione riproduttiva, ma comporta un rischio di recidiva locale generalmente superiore rispetto agli interventi più estesi. La decisione deve quindi essere individualizzata, dopo un’attenta valutazione specialistica e un confronto con la paziente sui benefici e sui rischi delle diverse opzioni.”
Quali conseguenze può avere l’asportazione delle ovaie sulla vita di una donna, dal punto di vista ormonale, fisico e psicologico? E quali possibilità esistono per accompagnare le pazienti dopo l’intervento?
“Nelle donne che non hanno ancora raggiunto la menopausa, l’asportazione di entrambe le ovaie determina una menopausa chirurgica, con una brusca riduzione della produzione ormonale. Possono comparire vampate di calore, disturbi del sonno, alterazioni dell’umore, secchezza vaginale e conseguenze a lungo termine sulla salute ossea e cardiovascolare. Nelle donne già in menopausa, invece, gli effetti endocrini aggiuntivi non sono rilevanti.
La terapia ormonale sostitutiva può essere presa in considerazione in alcune pazienti, ma la sua appropriatezza dipende dal tipo istologico della neoplasia, dalle caratteristiche biologiche del tumore, dallo stadio, e dalla storia clinica individuale. La decisione deve essere condivisa con il ginecologo e l’oncologo, valutando attentamente benefici e rischi. Anche il supporto psicologico e la gestione non ormonale dei sintomi possono contribuire al benessere della paziente nel periodo successivo all’intervento.”
Dopo una testimonianza come quella di Antonella Elia, molte donne potrebbero chiedersi se stanno facendo abbastanza per la propria salute. Qual è il messaggio più importante che vorrebbe trasmettere, senza generare allarmismi o sensi di colpa?
“Non è semplice dare indicazioni su una malattia per la quale non disponiamo di test di screening efficaci nella popolazione generale. Il messaggio principale è non trascurare i controlli ginecologici raccomandati, rispettare gli appuntamenti di monitoraggio quando è già stata individuata una formazione ovarica e non sottovalutare sintomi persistenti o ricorrenti. In questi casi, rivolgersi tempestivamente a uno specialista permette di valutare la situazione e individuare il percorso più appropriato, senza inutili allarmismi ma anche senza rimandare gli accertamenti necessari.”
Non esiste, dunque, una risposta valida per tutte. La storia clinica, l’eventuale familiarità e le caratteristiche della patologia incidono sulle scelte terapeutiche e sui controlli necessari. Il racconto di Antonella Elia diventa così un’occasione per affrontare un argomento sul quale è importante fare chiarezza, senza trasformare un’esperienza individuale in una regola generale.
Il punto non è vivere con la paura di ammalarsi, ma sapere quando è necessario approfondire un dubbio e a chi rivolgersi per farlo.
