Benjamin Netanyahu avrebbe voluto lanciare una nuova offensiva contro l’Iran il 10 ottobre, ma Donald Trump si sarebbe opposto alla ripresa dei bombardamenti prima delle elezioni di metà mandato americane. È quanto riferisce il Financial Times, citando persone a conoscenza dei piani israeliani. La rivelazione arriva mentre in Israele cresce la tensione politica in vista delle elezioni parlamentari del 27 ottobre e l’esercito si interroga sull’opportunità di consentire al premier di parlare alla cerimonia di diploma dei cadetti.
I due episodi evidenziano le difficoltà di Netanyahu su due fronti: la gestione dei rapporti con Washington sulla strategia militare contro Teheran e il rischio che le istituzioni di sicurezza vengano coinvolte nella campagna elettorale.
Il piano israeliano per colpire l’Iran
Secondo la ricostruzione del Financial Times, all’inizio di ottobre l’esercito israeliano aveva preparato un’operazione di bombardamenti su più giorni, prevista per il fine settimana del 10 ottobre. Il piano avrebbe preso di mira infrastrutture nucleari iraniane, obiettivi legati al regime e impianti civili, comprese centrali elettriche.
L’offensiva avrebbe dovuto superare per intensità quella condotta congiuntamente da Stati Uniti e Israele a febbraio. Tre persone informate sui fatti hanno riferito al quotidiano che l’operazione non è stata avviata principalmente per l’opposizione di Trump, contrario a riaprire il conflitto prima delle elezioni americane del 3 novembre.
Non è chiaro se Washington avrebbe dovuto partecipare direttamente a un eventuale attacco. Secondo una delle fonti citate dal giornale, una nuova offensiva potrebbe essere utilizzata anche come strumento di pressione nei negoziati con Teheran, soprattutto sul programma nucleare e sullo stretto di Hormuz.
La Casa Bianca ha ribadito che gli Stati Uniti non intendono attaccare l’Iran prima delle elezioni di metà mandato. Netanyahu, dal canto suo, continua a sostenere la necessità di impedire che Teheran rappresenti una minaccia per Israele. Il premier non ha risposto alle richieste di commento del Financial Times sulla ricostruzione.
Trump e Netanyahu, alleati ma con priorità diverse
Il rapporto tra i due leader resta centrale per gli equilibri mediorientali. Trump ha recentemente ribadito il sostegno a Netanyahu, arrivando a dichiarare che gli Stati Uniti dovrebbero affrontare da soli l’Iran nel caso in cui Israele avesse un altro leader. Il presidente americano ha anche minacciato nuovi attacchi contro Teheran qualora non cambiasse rapidamente comportamento.
La divergenza riguarda soprattutto i tempi e le conseguenze di un’eventuale ripresa della guerra. Per Washington, un nuovo conflitto prima del voto americano potrebbe aggravare le tensioni regionali e incidere sui prezzi dell’energia, in un momento in cui l’amministrazione è sotto pressione sul costo dei carburanti. Per Netanyahu, invece, la minaccia iraniana resta un elemento centrale della sicurezza nazionale e del confronto politico interno.
Il premier israeliano si prepara infatti a una competizione elettorale difficile. I sondaggi citati dalla stampa internazionale indicano un vantaggio contenuto del blocco di opposizione, senza che nessuno degli schieramenti abbia una maggioranza assicurata. Una nuova escalation militare potrebbe modificare il quadro politico, ma comporterebbe anche rischi significativi per la sicurezza regionale e per le relazioni con gli Stati Uniti.
L’esercito israeliano e il discorso ai cadetti
Parallelamente, le forze armate israeliane hanno chiesto indicazioni al ministero della Giustizia sulla possibilità di cancellare il discorso previsto da Netanyahu durante la cerimonia di diploma dei cadetti. Secondo le ricostruzioni dei media israeliani, l’IDF teme che l’intervento possa essere interpretato come un’occasione di propaganda elettorale a pochi giorni dal voto.
Il caso è stato sollevato da emittenti e quotidiani israeliani, tra cui Channel 13 e Haaretz. Secondo queste ricostruzioni, l’esercito avrebbe chiesto anche indicazioni alla Commissione elettorale centrale per chiarire come comportarsi.
La questione riguarda il confine tra le attività istituzionali del premier e la campagna politica. Una cerimonia militare ufficiale potrebbe diventare terreno di controversia se il discorso venisse percepito come un intervento a favore della sua candidatura o della coalizione di governo.
La vicenda si inserisce in un clima di particolare attenzione al ruolo delle istituzioni di sicurezza durante la campagna elettorale. L’esercito ha inoltre annunciato misure di allerta rafforzata in vista del voto del 27 ottobre, comprese restrizioni ai permessi del personale militare.
La guerra e il voto, due questioni sempre più intrecciate
Il piano per colpire l’Iran e le polemiche sul discorso ai cadetti mostrano come la sicurezza nazionale sia diventata uno dei principali terreni di confronto politico in Israele. Netanyahu continua a presentare la minaccia iraniana come una priorità strategica, ma deve fare i conti con le valutazioni di Washington e con le preoccupazioni interne sull’uso delle istituzioni durante la campagna.
Per Trump, evitare una nuova offensiva prima delle elezioni americane significa contenere i rischi di un’escalation in una fase politicamente delicata. Per Netanyahu, la gestione della minaccia iraniana resta invece legata sia alla sicurezza del Paese sia alla propria credibilità politica.
Al momento, non è stata annunciata una nuova data per l’eventuale operazione militare. La possibilità di riprendere gli attacchi rimane aperta, mentre l’esito delle elezioni israeliane e americane potrebbe influenzare le decisioni delle prossime settimane.
