Alex Schwazer prepara Gianna Nannini alle gare di triathlon dopo averla conosciuta nell’hotel in cui lavora a Merano. La cantante e l’ex marciatore altoatesino sono saliti venerdì sera sul palco del Festival dello Sport, in Piazza del Duomo a Trento. «Se ripenso alla sua vicenda, mi viene da piangere. Lui è innocente. Gli auguro di risolvere tutto e spero che decida di tornare alle gare», ha dichiarato Nannini.
Gianna Nannini ha raccontato così l’incontro con l’oro olimpico di Pechino 2008, che ha accettato di allenarla: «Mi ha impressionato appena l’ho conosciuto, perché è una persona vera e pura. Che ama lo sport. Un patrimonio del nostro sport».
La nuova positività e l’esame sul campione B
Schwazer è impegnato da anni in una battaglia contro il sistema antidoping mondiale. Dopo il rientro alle gare a 40 anni, è emersa una nuova positività all’Epo: il controllo è seguito alla prestazione ai campionati tedeschi, dove, a 41 anni, aveva firmato il miglior crono europeo stagionale nella maratona di marcia.
L’ex atleta ha spiegato il cambio di strategia nella difesa dalla nuova accusa e la disponibilità alle controanalisi: non ha richiesto personalmente l’esame, ma si è reso disponibile per una questione procedurale. Dopo vari scambi con i suoi legali, la NADA tedesca ha aperto alla possibilità di un esame alternativo sul campione B, con un nuovo metodo. «È una strada che per noi sarebbe importante», ha precisato.
Anche quella prestazione sostiene l’auspicio di Nannini per un ritorno alle competizioni. La cantante ritiene che la velocità di Schwazer abbia infastidito qualcuno intenzionato a fermarlo: «Alex è d’oro dentro e credo che debba tornare a fare quello che faceva prima. Quando un’ingiustizia diventa accanimento allora bisogna incazzarsi davvero».
La battaglia contro la Wada e i cinque anni difficili
Schwazer ha denunciato di essere stato «abbandonato» dallo sport italiano: «A un certo punto ero come morto». Nella battaglia contro la Wada, l’inchiesta per doping è stata archiviata dalla giustizia italiana, ma la giustizia sportiva non ha mai modificato il proprio verdetto.
L’ex marciatore ha ricordato soprattutto il dolore di quel percorso: «Oggi mi rimprovero di non avere rinunciato subito alla battaglia, se solo avessi saputo che avrebbe portato a cinque anni durissimi in cui ho passato periodi in cui pensavo più alle provette che a mia figlia. Sapendo come sono andate le cose, non sono convinto che lo rifarei».
