Le indagini sul presunto stupro di gruppo denunciato da un’ex studentessa della Cornell University, nello stato di New York, sono state riaperte: lo ha annunciato lunedì il procuratore distrettuale Matthew Van Houten. L’obiettivo è portare il caso davanti a una giuria. La decisione segue la causa civile, molto commentata, presentata il 14 settembre contro l’università e il suo dipartimento di polizia, accusati di non aver protetto la donna e di aver indagato in modo insufficiente sulla denuncia di due anni fa.
La donna, oggi 22enne, compare negli atti con lo pseudonimo di Jane Doe per preservare il proprio anonimato.
Il racconto dell’aggressione, la denuncia e le indagini Cornell stupro gruppo
Jane Doe racconta che la sera del 19 ottobre 2024, dopo essere stata in diversi bar con un’amica, aveva raggiunto un amico nella sede della Chi Phi, una confraternita maschile dell’università. Arrivata intorno alle 23, sarebbe stata costretta a bere alcol e a sniffare ketamina, una sostanza dagli effetti anestetici e psicoattivi, tradizionalmente usata come farmaco soprattutto in ambito veterinario.
Secondo il suo racconto, due studenti l’avevano poi stuprata. Era rimasta cosciente per gran parte dell’aggressione, perdendo conoscenza soltanto intorno alle 5:45. Mentre era incosciente, uno dei presunti aggressori avrebbe scritto «fica gratis al piano superiore» in un gruppo Snapchat legato alla confraternita. A quel punto, sostiene Jane Doe, erano seguite altre violenze sessuali.
La donna aveva denunciato l’accaduto al dipartimento di polizia universitario l’8 novembre. L’indagine interna avviata dopo la denuncia non aveva portato a incriminazioni; successivamente lei aveva lasciato l’università.
Jane Doe ha identificato sette aggressori. La causa civile cita, oltre all’università e al suo dipartimento di polizia, i sette studenti, la confraternita Chi Phi e un bar esterno al campus, che avrebbe servito alcolici a persone senza l’età legale per bere.
Le divergenze sugli accertamenti e le sanzioni universitarie
Van Houten ha sostenuto che nella dichiarazione giurata del 2024 Jane Doe non aveva riferito di essere stata drogata contro la propria volontà né di aver subito uno stupro di gruppo. La documentazione preliminare della polizia, ha spiegato, non raggiungeva lo standard probatorio necessario a dimostrare l’assenza di consenso.
Thomas Giuffra, avvocato della donna, ha replicato che la denuncia iniziale non differiva nella sostanza da quella più recente. La chat su Snapchat, ha aggiunto, era già nota alla polizia nel 2024, ma all’epoca la sua assistita non era stata contattata né dagli investigatori né da procuratori specializzati in violenza sessuale.
Il procuratore ha ammesso che il suo ufficio non aveva svolto approfondimenti indipendenti, basandosi sull’indagine preliminare della polizia universitaria.
La causa sostiene inoltre che, nell’indagine interna dell’ateneo, ai sette membri della confraternita fosse stata offerta la possibilità di conseguenze disciplinari meno gravi scrivendo saggi sul tema. L’università ha negato l’inadeguatezza delle sanzioni e che un saggio fosse stato l’unico provvedimento: due studenti erano stati espulsi e gli altri cinque temporaneamente sospesi. L’ateneo ha anche riferito di aver istituito un gruppo di lavoro sulle aggressioni sessuali, incaricato di formulare raccomandazioni, e di aver sospeso la sezione locale della Chi Phi.
Jane Manning, ex procuratrice e direttrice di Women’s Equal Justice, organizzazione che assiste le vittime di violenza sessuale, ha definito comune ma «inaccettabile» basarsi soltanto sui documenti della polizia: prima di decidere sull’azione penale, una procura dovrebbe almeno ascoltare la denunciante.
La legge di New York e le iniziative a sostegno della donna
Una possibile complicazione riguarda la legge dello stato di New York, che definisce lo stupro restrittivamente: esclude i rapporti non consensuali subiti da una persona volontariamente ubriaca, salvo che sia completamente priva di sensi al momento dell’aggressione. Chi ha scelto di bere o assumere droghe deve quindi dimostrare di essere stato fisicamente incapace di dare il consenso. Jane Doe, nel suo racconto, perse conoscenza soltanto a un certo punto. È in corso una campagna per modificare la legge.
Molte persone e organizzazioni si sono mobilitate a sostegno della donna, accusando l’università di aver protetto i responsabili per tutelare la propria reputazione. Un’ex studentessa della Cornell ha promosso una petizione online per chiedere la sospensione delle donazioni all’ateneo fino a quando non arriveranno garanzie sulla trasparenza delle indagini, scuse pubbliche e cambiamenti nelle politiche interne.
Tra le sostenitrici figurano la deputata di sinistra Alexandria Ocasio-Cortez e l’attrice britannica Florence Pugh. Instagram ha classificato il messaggio di Pugh come contenuto sensibile, limitandone l’accesso.
Nel suo intervento, Florence Pugh ha accusato gli istituti universitari, le scuole e le università di “tradire ripetutamente le donne in tutto il mondo” e di crescere “uomini a cui viene insegnato, ancora e ancora, che possono fare danni enormi senza subirne a loro volta”.
