Il drenaggio fiscale potrebbe pesare su stipendi e pensioni nel biennio 2026-2027: i lavoratori dipendenti rischiano circa 6 miliardi di euro di maggiore prelievo e i pensionati altri 2 miliardi. È quanto stimano gli economisti Marco Leonardi e Leonzio Rizzo, che hanno aggiornato le simulazioni alle previsioni di giugno della Banca d’Italia. Con un’inflazione più alta del previsto il conto salirebbe oltre i 9 miliardi, fino a sfiorare i 13 nello scenario più severo.
Il meccanismo scatta quando stipendi e pensioni aumentano per inseguire il carovita, mentre soglie Irpef e detrazioni non sono indicizzate. Rinnovi contrattuali, scatti, aumenti o straordinari alzano il reddito nominale; una parte di quell’incremento viene però assorbita dall’imposta, anziché ripristinare interamente il potere d’acquisto. È l’effetto noto come “fiscal drag”.
Quanto potrebbe pesare nel biennio 2026-2027
Le stime della Banca d’Italia utilizzate dai due economisti indicano un’inflazione del 3,1% nel 2026 e del 2% nel 2027. L’aumento cumulato dei prezzi sarebbe quindi del 5,2%: nello scenario centrale il maggiore prelievo arriverebbe a 8,1 miliardi di euro.
Con un’inflazione cumulata al 6%, il gettito aggiuntivo salirebbe a 9,35 miliardi. L’ipotesi più severa considera un rincaro dei prezzi dell’8,2% e porterebbe il drenaggio a 12,74 miliardi di euro, dei quali circa 9 miliardi a carico dei dipendenti e quasi 4 miliardi dei pensionati. In altri termini, a inflazione più alta corrisponde un prelievo più intenso, senza che le aliquote formali vengano ritoccate.
Questi importi non equivalgono automaticamente a risorse liberamente spendibili dal governo. Il fiscal drag aumenta tuttavia il gettito in modo “silenzioso”, perché opera sulla crescita nominale dei redditi: il maggiore prelievo derivante da stipendi e pensioni aiuta così i conti pubblici pur senza modificare le aliquote.
Il precedente 2022-2023, gli sgravi e i rinnovi
Secondo Leonardi e Rizzo, il forte aumento dei prezzi del 2022-2023 aveva già prodotto circa 25 miliardi di maggiore prelievo fiscale. Con il rallentamento dell’inflazione l’effetto si è ridotto nel 2024-2025. Sulle misure di mitigazione, Leonardi ha spiegato nei giorni scorsi a Repubblica: «Quei 25 miliardi con una mano il governo li ha presi, con l’altra li ha restituiti con gli sgravi, cioè il taglio del cuneo ai redditi più bassi». E ha aggiunto: “Ma non agli stessi contribuenti: sopra i 35 mila euro ci hanno perso“.
Per i due economisti contano anche i ritardi nei rinnovi dei contratti. Ogni mese senza recupero dell’aumento dei prezzi riduce il salario reale e, nello stesso tempo, abbassa il costo del lavoro per le imprese, creando un incentivo a rinviare i rinnovi. Il drenaggio colpisce soprattutto dipendenti e pensionati soggetti all’Irpef progressiva, mentre una parte degli altri redditi beneficia di regimi sostitutivi o di un’imposta ad aliquota unica.
Verifica del modello e confronto indipendente
Il modello di simulazione è stato testato anche con un’inflazione al 2%: il drenaggio stimato è di 3,18 miliardi di euro, un valore vicino ai 3,2 miliardi calcolati dall’Ufficio parlamentare di bilancio. Il confronto rafforza la coerenza delle stime sui possibili effetti del fiscal drag nel prossimo biennio.
