Pressione fiscale: ogni contribuente della Città Metropolitana di Milano ha versato nel 2024 un’imposta sul reddito delle persone fisiche (Irpef) superiore di oltre 1.500 euro a quella pagata a Roma. L’analisi dell’Ufficio studi della CGIA di Mestre colloca il territorio lombardo al vertice della graduatoria italiana dell’Irpef, con un importo medio di 9.066 euro, seguito dalla Capitale con 7.536 euro.
Seguono Monza-Brianza con 7.100 euro, Bolzano con 6.975 e Bologna con 6.846. La media nazionale si ferma a 5.788 euro. Tra le province con i versamenti più bassi figurano invece Crotone, con 3.867 euro per contribuente, Vibo Valentia con 3.836, Sud Sardegna con 3.743 e Ragusa con 3.689.
Milano al primo posto per Irpef
La differenza dipende dalla progressività del sistema fiscale: all’aumentare del reddito cresce l’aliquota applicata. I territori con il prelievo maggiore sono quindi, in linea generale, anche quelli dove si guadagna di più; nelle province con i versamenti inferiori, i redditi sono invece più bassi della media italiana.
La graduatoria del reddito complessivo medio dichiarato vede Milano a 34.803 euro, davanti a Bologna con 30.686, Monza-Brianza con 30.578, Lecco con 29.906, Bolzano con 29.846, Parma con 29.771 e Roma con 28.643. L’analisi associa inoltre i territori in cui si paga di più a una disponibilità generalmente maggiore di servizi pubblici, tendenzialmente di migliore qualità: dai trasporti alle infrastrutture sociali, dall’istruzione alla cultura, fino allo sport e al tempo libero.
I contribuenti Irpef sono quasi 43 milioni: i lavoratori dipendenti sono 24,1 milioni e i pensionati 14,5 milioni. Le partite Iva superano di poco 1,6 milioni, senza comprendere gli autonomi soggetti all’imposta ad aliquota unica. Per numero di contribuenti primeggia la Città Meirpeftropolitana di Roma, con 3 milioni, seguita da Milano con 2,5 milioni e Napoli con 1,7 milioni.
La pressione fiscale prevista nel 2026 e l’Irpef a Milano
La pressione fiscale in Italia dovrebbe raggiungere il 43% nel 2026, rispetto al 42,9% del 2025. La crescita prosegue dal 2024 e il valore previsto sarebbe il più alto degli ultimi 10 anni. Rispetto al 41,6% del 2022, la differenza è di 1,4 punti.
Secondo l’Ufficio studi della CGIA di Mestre, che colora al primo posto Milano per l’Irpef, l’aumento non equivale necessariamente a un aggravio per le famiglie e le micro-imprese. Tra il 2022 e il 2026, l’occupazione è cresciuta complessivamente di 1,1 milioni di unità, facendo aumentare i versamenti dell’Irpef e dei contributi previdenziali. Anche i rinnovi contrattuali, attraverso l’incremento delle retribuzioni, hanno accresciuto le entrate tributarie e contributive.
Un altro contributo arriva dalle misure del governo guidato da Giorgia Meloni che hanno aumentato il carico su banche, assicurazioni e grandi imprese. Tra queste rientrano la sospensione della deducibilità di alcune voci di costo, dalle svalutazioni dei crediti alle quote di avviamento, e l’abrogazione dell’Ace, l’Aiuto alla Crescita Economica, che fino al 2023 garantiva uno sconto fiscale di poco superiore a 3 miliardi di euro annui.
Dal 2026, la revisione della disciplina sugli extraprofitti e l’inasprimento dell’Irap comporteranno per banche e assicurazioni versamenti aggiuntivi complessivi di 5,6 miliardi di euro.
Perché il taglio del cuneo incide sul dato statistico
Anche la contabilizzazione del taglio del cuneo fiscale contribuisce all’aumento dell’indicatore. L’intervento comprende l’accorpamento dei primi due scaglioni Irpef, un’ulteriore detrazione per i redditi da 20.000 a 40.000 euro e un contributo per quelli fino a 20.000 euro.
Quest’ultimo ha sostituito l’esonero di una parte dei contributi previdenziali: la decontribuzione Inps riduceva le entrate fiscali e contributive, mentre il nuovo beneficio viene registrato come maggiore spesa. Vale circa 0,2 punti percentuali di Pil. Su un taglio complessivo di quasi 18 miliardi di euro, quasi 4,5 miliardi risultano quindi contabilizzati come spesa pubblica, pur aumentando la busta paga dei dipendenti con retribuzioni basse.
Gli sgravi delle quattro leggi di bilancio
Le ultime quattro leggi di bilancio del governo Meloni hanno previsto agevolazioni per famiglie, autonomi e micro-imprese, compreso l’innalzamento della soglia dell’imposta ad aliquota unica per i lavoratori autonomi. La riduzione complessiva delle imposte sulle famiglie è quantificata in 45,7 miliardi di euro; considerando le risorse già stanziate dai governi precedenti e le misure temporanee, il beneficio si attesta a 33,3 miliardi.
La legge di bilancio 2023 ha riconosciuto ai dipendenti un esonero contributivo parziale di 4,3 miliardi per quell’anno. Nel 2024, l’applicazione dell’aliquota Irpef del 23% fino a 28.000 euro, l’aumento della detrazione da lavoro dipendente a 1.955 euro e la riduzione delle detrazioni oltre i 50.000 euro hanno prodotto uno sconto complessivo di quasi 4,3 miliardi annui. Nella stessa manovra, l’esonero parziale dei contributi a carico dei dipendenti valeva 11 miliardi.
La legge di bilancio 2025 ha reso strutturale la riduzione delle aliquote Irpef da 4 a 3 per dipendenti, pensionati e autonomi: insieme alle altre detrazioni sul reddito, lo sgravio è stato di 17,2 miliardi. Con la manovra 2026, il passaggio dell’aliquota del secondo scaglione dal 35% al 33% ha consentito una riduzione della tassazione pari a 2,9 miliardi di euro.
